In occasione dell'uscita di Il suono di una sola mano - Storia di mio padre Mauro Rostagno, Repubblica ha parlato nell'edizione di Palermo del libro di Maddalena e anche del nostro Mauro Rostagno - Prove tecniche per un mondo migliore. L'articolo, bello e lungo, è scritto dal professore Giuseppe Barbera, uno di quelli che Mauro lo ha conosciuto davvero, con cui ha combattuto, e che ancora oggi si batte per una Sicilia migliore, e bella come dovrebbe essere. Descrive il nostro libro come "Piacevole come un fumetto d'avventura, efficace e documentato come una biografia politica". Potete leggere l'articolo a questo link. Invece sul mio blog per L'Unità poche settimane fa ho recensito il libro di Maddalena.
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14 ottobre 2011
Mauro Rostagno raccontato da noi e da Maddalena
parola di
Marco Rizzo
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26 aprile 2011
Una Piazza a Rostagno per svegliare Trapani

Ieri l'ottimo Rino Giacalone da La Sicilia mi hanno chiesto un commento per un paginone su Mauro Rostagno nell'edizione di Trapani. Ho scritto, più che un editoriale, una proposta, apparsa sul giornale di oggi e che ripropongo qui di seguito. Se vi va di appoggiare l'idea, che pare abbia già destato attenzione sui social network, vi invito ad aderire al gruppo su Facebook.
“Gianni, inquadra quella munnizza”. “Ma è la stessa di ieri!”. “Appunto, così forse la tolgono.” Quando Mauro Rostagno percorreva il lungomare Dante Alighieri per farsi abbracciare dalla Piazza del Mercato del pesce, quando era ancora pulsante di vita, di odori e di sicilianità, riusciva a coglierne una bellezza nascosta sotto strati di munnizza. E così, il giornalista ammazzato dalla mafia nel 1988, sceglieva quello sfondo per molte delle sue interviste a quell’umanità varia e vera che bazzicava intorno ai lastroni di marmo e il ghiaccio.
Pezzi di colore che accompagnavano denuncie di storture, mafiosità e collusioni: un modello di lotta a Cosa Nostra irripetibile.
Eppure non mancarono le polemiche quando, nel 2002, il Comune di Trapani si decise a intitolare una via a Mauro Rostagno: una strada poco nota ai più, una traversa di via Marsala, a pochi chilometri da Xitta. Erano passati 14 anni dalla morte, un tempo troppo lungo per chi ritiene che il ricordo di Rostagno debba essere fonte di ispirazione, e dunque da custodire e coltivare, specie in una città smemorata come la nostra. O almeno, smemorata quando si tratta di questo tipo di celebrazioni. Invece fu necessario molto meno tempo per ribattezzare la città del Sale nella città della vela all’indomani dell’America’s Cup. E stando alle indiscrezioni di stampa, presto verranno incisi sul marmo i nomi di illustri militari dei Servizi Segreti dal passato inquietante. Ecco, mentre nel processo Rostagno emerge tutta l’ambiguità delle istituzioni, intitolare proprio quella chiazza alla memoria di Mauro potrebbe essere un segnale per dire da che parte sta Trapani. Un’occasione per testimoniare che questa non è la città che si tappa le orecchie mentre si muovono ingranaggi preoccupanti, ma è quella che ascoltava con religiosa attenzione e grande fiducia le parole di Mauro Rostagno. Sarebbe un segno di riconoscenza verso chi ha provato ad aprirci gli occhi, nonostante ancora oggi provino a bendarci. Con una vela, magari.
parola di
Marco Rizzo
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23 marzo 2011
"Allora, che si dice a Trapani?"

La mia città è balzata agli onori alla cronaca, una volta tanto, per questioni che non riguardano la mafia, visto che da qui (da Birgi, per la precisione) partono alcuni dei caccia verso la Libia. Agli amici che mi chiedono come si vive in questi giorni a Trapani, ho risposto con questo articolo per il mio blog su L'Unità: Qui a Trapani un F-16 non fa primavera.
19 novembre 2010
In via dei matti numero zero

Amici e compagni (di merende) mi chiedono un parere sull'intitolazione di una vita di Trapani al camerata Giorgio Almirante, proposta dal consigliere comunale Totò la Pica.
Una proposta difesa su varie bacheche virtuali da giovani fascistelli o pseudo tali e vecchi (senza offesa) lupi della dialettica politica, probabilmente ammaliati dalle citazioni del Che Guevara della destra italiana (Fini, chi altri) o dall'apparizione epifanica di Donna Almirante in tv la scorsa settimana (quella del "il saluto fascista è un saluto igienico perché non bisogna stringere le mani").
A difesa della raz--ehm, dell'iniziativa, le convergenze di intese tra Almirante e Berlinguer o all'amnistia favorita dal PCI nell'immediato dopoguerra. O anche, e soprattutto, il fatto che Giorgione nonostante sia stato tra gli autori di riviste di propaganda razziste e fasciste, e tanto fedele al duce da seguirlo a Salò, si sia poi pentito. Una giustificazione che sonda nell'animo di un uomo che non c'è più, quindi per carità, profondissima. Sul fatto che, in collaborazione con le truppe occupanti naziste, si sia macchiato più o meno indirettamente del sangue di connazionali, si soprassiede. Dopotutto era una guerra civile, e in amore e guerra, si sa, tutto è lecito.
Magari era una guerra civile anche negli anni di piombo, quando si armavano gli studenti fascisti (e dall'altra parte quelli comunisti) e dal palazzo li si guardava pestarsi a sangue prima di mandare i celerini a fare piazza pulita.
Spero in particolare che tra questi giovani neo-pro-bis fascisti (o come vogliono essere chiamati) non ci sia qualcuno che (come me) ha avuto parenti picchiati o tormentati dai fascisti - quelli veri - altrimenti si rivolterebbero nella tomba. A volte la storia vera, quella dietro l'angolo e dietro pochi decenni, insegna di più di quanto letto su internet o sugli opuscoli di regime.
ahinoi.
Comunque, se davvero si vuole proporre una strada intitolata ad Almirante, proporrei anche:
- Piazza Craxi (perché era un bravo statista, neh, e poi noi c'abbiamo Bobo (?))
- Corso Mussolini (perché i treni arrivavano in orario)
- Largo Tommaso Buscetta (ah! si è pentito anche lui, no?)
- Via Dottor Destino (dai che è il cattivo più figo dei fumetti)
- Vicolo Pietro Gambadilegno (dopotutto è simpatico)
- Via Macchianera (vedi sopra)
- Piazza Stalin (per par condicio criminosa)
- Via Michael Jackson (che ha deciso bene di smettere di essere un negraccio e diventare bianco)
- Largo Delfo Zorzi (dopotutto la magistratura lo ha appena scagionato)
- Piazza Hans Landa (che in Bastardi senza gloria Christopher Waltz ruba la scena a tutti)
Sarebbe bene che i nostri consiglieri comunali si impegnassero di più in discussioni più costruttive (consiglio da elettore, per carità). Tipo, la cittadinanza a Sodano, dovere di una città che prima ancora che anti-fascista dovrebbe essere bilateralmente anti-mafiosa.
Un saluto igienico a voi.
marco
PS: questo post è ecologico: ho riciclato alcune cose che ho scritto su Facebook.
Una proposta difesa su varie bacheche virtuali da giovani fascistelli o pseudo tali e vecchi (senza offesa) lupi della dialettica politica, probabilmente ammaliati dalle citazioni del Che Guevara della destra italiana (Fini, chi altri) o dall'apparizione epifanica di Donna Almirante in tv la scorsa settimana (quella del "il saluto fascista è un saluto igienico perché non bisogna stringere le mani").
A difesa della raz--ehm, dell'iniziativa, le convergenze di intese tra Almirante e Berlinguer o all'amnistia favorita dal PCI nell'immediato dopoguerra. O anche, e soprattutto, il fatto che Giorgione nonostante sia stato tra gli autori di riviste di propaganda razziste e fasciste, e tanto fedele al duce da seguirlo a Salò, si sia poi pentito. Una giustificazione che sonda nell'animo di un uomo che non c'è più, quindi per carità, profondissima. Sul fatto che, in collaborazione con le truppe occupanti naziste, si sia macchiato più o meno indirettamente del sangue di connazionali, si soprassiede. Dopotutto era una guerra civile, e in amore e guerra, si sa, tutto è lecito.
Magari era una guerra civile anche negli anni di piombo, quando si armavano gli studenti fascisti (e dall'altra parte quelli comunisti) e dal palazzo li si guardava pestarsi a sangue prima di mandare i celerini a fare piazza pulita.
Spero in particolare che tra questi giovani neo-pro-bis fascisti (o come vogliono essere chiamati) non ci sia qualcuno che (come me) ha avuto parenti picchiati o tormentati dai fascisti - quelli veri - altrimenti si rivolterebbero nella tomba. A volte la storia vera, quella dietro l'angolo e dietro pochi decenni, insegna di più di quanto letto su internet o sugli opuscoli di regime.
ahinoi.
Comunque, se davvero si vuole proporre una strada intitolata ad Almirante, proporrei anche:
- Piazza Craxi (perché era un bravo statista, neh, e poi noi c'abbiamo Bobo (?))
- Corso Mussolini (perché i treni arrivavano in orario)
- Largo Tommaso Buscetta (ah! si è pentito anche lui, no?)
- Via Dottor Destino (dai che è il cattivo più figo dei fumetti)
- Vicolo Pietro Gambadilegno (dopotutto è simpatico)
- Via Macchianera (vedi sopra)
- Piazza Stalin (per par condicio criminosa)
- Via Michael Jackson (che ha deciso bene di smettere di essere un negraccio e diventare bianco)
- Largo Delfo Zorzi (dopotutto la magistratura lo ha appena scagionato)
- Piazza Hans Landa (che in Bastardi senza gloria Christopher Waltz ruba la scena a tutti)
Sarebbe bene che i nostri consiglieri comunali si impegnassero di più in discussioni più costruttive (consiglio da elettore, per carità). Tipo, la cittadinanza a Sodano, dovere di una città che prima ancora che anti-fascista dovrebbe essere bilateralmente anti-mafiosa.
Un saluto igienico a voi.
marco
PS: questo post è ecologico: ho riciclato alcune cose che ho scritto su Facebook.
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Marco Rizzo
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26 ottobre 2010
Mafia da serie A
Visto che la vicenda è stata citata da Deaglio nel corso della presentazione a Torino, recupero questo vecchio pezzo dell'aprile del 2009 che anche se non è aggiornatissimo dal punto di vista giudiziario riassume una vicenda molto molto interessante (e attuale). Gli atti, in ogni caso, restano sempre quelli. Per le evoluzioni del caso, tenete d'occhio i giornali, visto che il 28 maggio la Corte di Cassazione ha stabilito la riapertura del processo.

Una mafia da serie A(articolo pubblicato originariamente su L'Isola Possibile dell'aprile 2009)
Marcello Dell’Utri e il boss trapanese Virga “salvati” dalla prescrizione di un vecchio caso. L’accusa? Niente poco di meno che estorsione ai danni dell’allora presidente della Pallacanestro Trapani.
Prima di essere la vela lo sport preferito dei trapanesi (anche se qualche dubbio, a 5 anni dall’America’s Cup siciliana, comincia a sorgere) era la pallacanestro a farla da padrone nella città della falce.
Il Trapani Basket, tra gli anni ’80 e i ’90, veleggiava glorioso verso l’A2, con una capatina nella A1 nella stagione ’91-’92. Erano gli anni dell’allenatore Giancarlo Sacco, del playmaker Ciccio Mannella, dell’americano Reginald Johnson, del presidente Vincenzo Garaffa. E del marchio sulle canotte della birra Messina, alcolico sulla cui qualità soprassediamo, ma che aveva un promoter unico: il boss Vincenzo Virga (quello dell’assassinio di Rostagno, della Calcestruzzi Ericina, dell’omicidio del giudice Giacomelli e altro ancora).
Virga, in verità, più che alla birra era interessato ai soldi: si era presentato sul posto di lavoro del presidente Garaffa per minacciarlo, chiedendogli la metà del miliardo e mezzo di lire della sponsorizzazione stipulata tra Birra Messina e Trapani Basket grazie alla società Publitalia. Quest’ultima non si sarebbe accontentata del 10% della somma, quanto pattuito per la mediazione, ma esigeva di più, e lo esigeva in nero. E a mandare quell’estortore eccellente a casa Garaffa, sarebbe stato l’altrettanto eccellente presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, dell’Utri avrebbe “posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà”. Sempre secondo i magistrati, l’ex collega di università di Berlusconi inizialmente si sarebbe “solamente” prodigato in un paternale suggerimento verso Garaffa che sembra quasi uscito da un libro di Mario Puzo: “Io le consiglio di ripensarci, - avrebbe detto - abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”. E davanti al rifiuto dell’imprenditore, avrebbe quindi usato il messaggero mafioso, che a Garaffa avrebbe ricordato di trovarsi lì per quel “debito” con gli “amici” milanesi.
Nell’ordinanza i giudici di Milano prevedevano inoltre che il procedimento si sarebbe potuto incastrare con un’altra avventura giudiziaria di Dell’Utri: il processo che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, le cui indagini erano partite nel ’94 e che al momento è fermo alla condanna in primo grado del dicembre 2004.
Nelle imputazioni del Pubblico Ministero si legge che Dell’Utri avrebbe “concorso nelle attività di Cosa Nostra nonché nel proseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”. Il Pm accusava Dell’Utri di avere “partecipato personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra”, “di avere provveduto al ricovero di latitanti” nonché di intrattenere rapporti continuativi con gente del calibro dei boss Stefano Bontade e Totò Riina e “l’eroico” Vittorio Mangano. Insomma, una serie di rapporti che parrebbe difficile giustificare (se confermati in ultimo grado di giudizio) anche dopo la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che pranzare con un mafioso non è indice di gravi indizi di concorso esterno. Intanto aspettiamo trepidanti di conoscere l’opinione della Corte su cene e colazioni.
La denuncia dell’ormai ex presidente della società cestistica ha portato a un lungo processo, sullo sfondo di una carriera politica costellata per Dell’Utri di successi (tra cui la fondazione di Forza Italia) e altri procedimenti penali, e invece per Garaffa di un’esperienza al Senato arenatasi al seguito delle sfortune del Partito Repubblicano. La cattiva sorte di quest’ultimo ha accompagnato quella della squadra, che è giunta al fallimento nel ’97 in condizioni finanziarie tutt’altro che rosee.
Di tanto in tanto, le notizie delle sentenze scuotevano le due parabole (ovviamente una ascendente, l’altra discendente). A Milano i giudici accertarono il fatto e in primo grado (maggio 2004) e secondo grado (maggio 2007) condannando Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione. In Cassazione, però, il giudizio viene cancellato, e rimesso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano, dove viene decisa la derubricazione del reato: non più estorsione, ma “minaccia grave”. Un reato per il quale i tempi della prescrizione sono molto più brevi.
E così, lo scorso 14 aprile, Virga (in carcere dal 2001) e Dell’Utri (in Parlamento dal 1996) sono stati prosciolti per prescrizione del reato. Tutti contenti? No: Dell’Utri ci tiene a ricorrere, definisce la sentenza “pilatesca” e vuole dimostrare in tribunale che nemmeno il reato di minaccia esiste; Virga dal carcere di Parma dichiara di voler fare ricorso per Cassazione (forse perché ci tiene alla propria nomea?). E, chiaramente, nemmeno Garaffa è contento del risultato. Anche perché, a conti fatti, la prescrizione in Italia sembra il traguardo di molti avvocati, specie dall’accorciamento dei tempi grazie alla legge “ex Cirielli”.
C’è un grave malinteso, nel nostro paese, sul significato del termine “prescrizione”. I giornali e i politici vorrebbero farci credere che la prescrizione corrisponda ad un’assoluzione, ossia alla determinazione di innocenza dell’imputato. Dopo averci martellato con la frase dal retrogusto dell’ossimoro “assolto per prescrizione”, siamo stati portati a credere che imputati eccellenti come Andreotti o Berlusconi abbiano “vinto”. In realtà, la prescrizione è una causa di estinzione del reato, che interrompe il processo a carico dell’imputato dopo che è trascorso un determinato lasso di tempo dal fatto, solitamente proporzionale alla gravità dello stesso, ma non esprime un giudizio o un’assoluzione. Lo scopo è dunque di evitare, in un sistema spesso ingolfato, che la macchina giudiziaria continui a impegnare risorse per la punizione di reati commessi a distanza di molto tempo (ovviamente, non si applica a reati di particolare gravità).
Sarebbe lecito per i cittadini coscienziosi restare nel dubbio, specie quando ad usufruire della prescrizione troviamo individui la cui morale desidereremmo intatta e la coscienza indubbiamente pulita. Quando deputati, senatori, ministri e premier collezionano prescrizioni come se fossero figurine dei calciatori - pardon, dei cestisti - mantenendosi in quel limbo tra innocenza e colpevolezza (non giuridica, per carità), ci si dovrebbe aspettare titoli in prima pagina e scene da Oscar nei telegiornali. Invece la prescrizione dei soliti reati - corruzione, estorsione, bancarotta fraudolenta, finanziamenti illeciti, etc - che sembrano quasi di moda in quel di Montecitorio è ormai prassi. Tanto da passare quasi inosservata, caso dopo caso. Come questo caso, che tra l’altro, non manca di affiancare il nome di una delle figure di spicco della seconda Repubblica a quello di uno dei mafiosi più noti e spietati degli ultimi trent’anni.
27 settembre 2010
Prove tecniche da una piazza
Ieri è andata molto bene, per quanto ci riguarda. La cerimonia laica al mattino è stata struggente per la performance dei tre attori coinvolti, avvilente per la scarsa presenza, delirante nelle affermazioni della presidentessa del consiglio comunale di Valderice che ha detto che "I consiglieri non ci sono perché non lo sapevano".
I politici sono stati i grandi assenti non desiderati anche alla manifestazione serale. Nessuna fascia tricolore, a quattro passi da Palazzo D'Alì. Evidentemente Rostagno è ancora scomodo. Ma meglio non presentarsi proprio, piuttosto che sgusciare al calare delle luci, come sono abituati a fare i nostri rappresentanti locali in queste occasioni. Qualche consigliere comunale e provinciale si è palesato (evidentemente i "cattivi" degli schieramenti) ma, ripeto, forse è meglio una ragionata assenza che una scomoda presenza.
La sera il traffico ci ha impedito di arrivare alla Piazza Del Pesce alle 19 come previsto, ma entro le otto abbiamo montato un tavolino per la vendita dei fumetti. Abbiamo venduto 70 copie prima dell'inizio della nostra presentazione... tutto quello che avevamo con noi (ne avremmo avute anche di più, ma erano quelle disponibili fresche fresche di tipografia al momento in cui sono state spedite per arrivare in tempo). La presentazione, a detta di molti, è stata vivace e frizzante, una cosa a cui tenevo molto. Grazie alla bravura del moderatore, il giornalista marsalese Giacomo Di Girolamo, abbiamo spaziato dall'attualità alle considerazioni sul caso Rostagno, sul filo dell'emozione. Qui sotto un paio di momenti della serata girati dai ragazzi di Libera, mentre su c'è una foto scattata da Pietro Iacono. Grazie agli organizzatori di Ciao Mauro, ai tanti amici che sono venuti ad abbracciarci e ai trapanesi onesti e veri.
I politici sono stati i grandi assenti non desiderati anche alla manifestazione serale. Nessuna fascia tricolore, a quattro passi da Palazzo D'Alì. Evidentemente Rostagno è ancora scomodo. Ma meglio non presentarsi proprio, piuttosto che sgusciare al calare delle luci, come sono abituati a fare i nostri rappresentanti locali in queste occasioni. Qualche consigliere comunale e provinciale si è palesato (evidentemente i "cattivi" degli schieramenti) ma, ripeto, forse è meglio una ragionata assenza che una scomoda presenza.
La sera il traffico ci ha impedito di arrivare alla Piazza Del Pesce alle 19 come previsto, ma entro le otto abbiamo montato un tavolino per la vendita dei fumetti. Abbiamo venduto 70 copie prima dell'inizio della nostra presentazione... tutto quello che avevamo con noi (ne avremmo avute anche di più, ma erano quelle disponibili fresche fresche di tipografia al momento in cui sono state spedite per arrivare in tempo). La presentazione, a detta di molti, è stata vivace e frizzante, una cosa a cui tenevo molto. Grazie alla bravura del moderatore, il giornalista marsalese Giacomo Di Girolamo, abbiamo spaziato dall'attualità alle considerazioni sul caso Rostagno, sul filo dell'emozione. Qui sotto un paio di momenti della serata girati dai ragazzi di Libera, mentre su c'è una foto scattata da Pietro Iacono. Grazie agli organizzatori di Ciao Mauro, ai tanti amici che sono venuti ad abbracciarci e ai trapanesi onesti e veri.
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Marco Rizzo
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Trapani,
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26 settembre 2010
Mauro è vivo
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Marco Rizzo
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29 agosto 2010
L'ultima pagina
Ho appena finito di scrivere l'ultima pagina del volume su Mauro Rostagno che troverete in libreria tra un mese. L'ultima che mi tocca scrivere, per la verità, visto che il secondo epilogo è affidato - nel segno dell'alternanza che abbiamo gestito sin dall'inizio - al mio prode pard Nico. Ma mi piace pensare che abbia a maggior ragione un senso il fatto che abbia scritto, inevitabilmente tra i singhiozzi, del funerale di Mauro, perché mi imprime un senso di "conclusione" a questa avventura (che in verità, prima della stampa non può definirsi conclusa, senza parlare delle presentazioni in giro che stiamo già pianificando). Quando è iniziata poco meno di un anno fa, vivevo a Torino da un anno (la città dove Rostagno è nato), avevo una situazione lavorativa, sentimentale, umorale ben diversa. Oggi sono tornato a Trapani, la mia città, quella a cui Mauro ha dedicato gli ultimi anni di vita e che l'ha amato e ammazzato, e negli ultimi mesi ho ritrovato un equilibrio su tanti fronti. La costante della presenza di questo libro continuamente in crescita con le sue 120 tavole mi ha accompagnato, confortato e forse anche indirizzato, specie nella decisione di tornare in Sicilia, per provare a fare la mia parte ancora una volta più attivamente. Anche con questo libro.
PS: Il disegno qui su è come al solito di Giuseppe Lo Bocchiaro, che ha dato l'idea di dedicare oggi questa immagine a Libero Grassi.
PS: Il disegno qui su è come al solito di Giuseppe Lo Bocchiaro, che ha dato l'idea di dedicare oggi questa immagine a Libero Grassi.
parola di
Marco Rizzo
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Vitamia
4 maggio 2010
I cento passi di Peppino - a Trapani
Nota di servizio: Non sarà una presentazione del libro (credo) ma ci saranno delle copie per chi volesse acquistarlo, visto che proprio a Trapani pare che ci siano state difficoltà a trovarlo.
parola di
Marco Rizzo
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Trapani
20 ottobre 2009
Un tuffo dove l'acqua è meno blu
Le navi cariche di scorie non venivano fatte affondare solo nel Tirreno, ma anche davanti al porto di Trapani. C’è un nome che viene fuori, ed è quello della nave «River». Una naufragio che non risulta da nessuna parte, e figurarsi come poteva accadere il contrario, ma che secondo un teste, il faccendiere per anni in contatto con servizi segreti e criminalità organizzata mafiosa, Francesco Elmo, c’è stato. Un racconto archiviato ma che adesso potrebbe tornare d’attualità dopo quello che va scoprendo la magistratura calabrese a proposito di navi fatte naufragare con i loro carichi mortali.
Comincia così un articolo di Rino Giacalone che aggiorna sulla vicenda delle navi dai carichi radioattivi (o perlomeno inquinanti) affondate nel mediterraneo. Intanto i sillogismi: con i punti di contatto tra la vicenda Rostagno e quella Alpi, ma sopratutto con quello che ruota intorno alla figura dell'uomo di Gladio a Trapani, Li Causi. Tutte storie che chi mi segue e ha letto Ilaria Alpi - il prezzo della verità conosce bene. Poi l'articolo fa riferimento a dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Francesco Elmo, che insieme a quanto detto di recente da un altro pentito, Francesco Ionti, ci fornisce altri dettagli sulla pratica bastarda di avvelenamento dei nostri mari che chissà per quanto tempo è andata avanti. E senza stupore da parte di chi ha seguito queste vicende anche prima che Ionti aprisse bocca, il cerchio si stringe anche intorno ai mari del trapanese (che, fa bene ricordarlo, per buona parte della costa sono occupati da aree protette, come Zingaro, Saline, Stagnone e Egadi).
Consiglio la lettura dell'articolo di Rino in particolare agli amici trapanesi.
Comincia così un articolo di Rino Giacalone che aggiorna sulla vicenda delle navi dai carichi radioattivi (o perlomeno inquinanti) affondate nel mediterraneo. Intanto i sillogismi: con i punti di contatto tra la vicenda Rostagno e quella Alpi, ma sopratutto con quello che ruota intorno alla figura dell'uomo di Gladio a Trapani, Li Causi. Tutte storie che chi mi segue e ha letto Ilaria Alpi - il prezzo della verità conosce bene. Poi l'articolo fa riferimento a dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Francesco Elmo, che insieme a quanto detto di recente da un altro pentito, Francesco Ionti, ci fornisce altri dettagli sulla pratica bastarda di avvelenamento dei nostri mari che chissà per quanto tempo è andata avanti. E senza stupore da parte di chi ha seguito queste vicende anche prima che Ionti aprisse bocca, il cerchio si stringe anche intorno ai mari del trapanese (che, fa bene ricordarlo, per buona parte della costa sono occupati da aree protette, come Zingaro, Saline, Stagnone e Egadi).
Consiglio la lettura dell'articolo di Rino in particolare agli amici trapanesi.
parola di
Marco Rizzo
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Ilaria Alpi,
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Trapani
26 settembre 2009
Ciao Mauro
«Noi non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena di trovare un posto».
Mauro Rostagno - Torino, 6 marzo 1942 - Lenzi (TP), 26 settembre 1988
parola di
Marco Rizzo
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Mafia,
Mauro Rostagno,
Politica,
Trapani
17 settembre 2009
Chissà cosa sarà uscito dai tombini...
parola di
Marco Rizzo
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20:48
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Non sono amenità,
Trapani
13 luglio 2009
Mafia da serie A
Ho scritto questo articolo per il numero di aprile de L'Isola Possibile. Anche se gli argomenti sono seri come al solito, mi è stato chiesto un pezzo più "di colore". E anche se allora era più d'attualità, credo che una lettura oggi male non possa fare. Giusto per conoscenza. Ah, se magari quel faccione lì sotto non vi stimola, sappiate che nell'articolo si parla anche di basket e di birra.

Marcello Dell’Utri e il boss trapanese Virga “salvati” dalla prescrizione di un vecchio caso. L’accusa? Niente poco di meno che estorsione ai danni dell’allora presidente della Pallacanestro Trapani.
Prima di essere la vela lo sport preferito dei trapanesi (anche se qualche dubbio, a 5 anni dall’America’s Cup siciliana, comincia a sorgere) era la pallacanestro a farla da padrone nella città della falce.
Il Trapani Basket, tra gli anni ’80 e i ’90, veleggiava glorioso verso l’A2, con una capatina nella A1 nella stagione ’91-’92. Erano gli anni dell’allenatore Giancarlo Sacco, del playmaker Ciccio Mannella, dell’americano Reginald Johnson, del presidente Vincenzo Garaffa. E del marchio sulle canotte della birra Messina, alcolico sulla cui qualità soprassediamo, ma che aveva un promoter unico: il boss Vincenzo Virga (quello dell’assassinio di Rostagno, della Calcestruzzi Ericina, dell’omicidio del giudice Giacomelli e altro ancora).
Virga, in verità, più che alla birra era interessato ai soldi: si era presentato sul posto di lavoro del presidente Garaffa per minacciarlo, chiedendogli la metà del miliardo e mezzo di lire della sponsorizzazione stipulata tra Birra Messina e Trapani Basket grazie alla società Publitalia. Quest’ultima non si sarebbe accontentata del 10% della somma, quanto pattuito per la mediazione, ma esigeva di più, e lo esigeva in nero. E a mandare quell’estortore eccellente a casa Garaffa, sarebbe stato l’altrettanto eccellente presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, dell’Utri avrebbe “posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà”. Sempre secondo i magistrati, l’ex collega di università di Berlusconi inizialmente si sarebbe “solamente” prodigato in un paternale suggerimento verso Garaffa che sembra quasi uscito da un libro di Mario Puzo: “Io le consiglio di ripensarci, - avrebbe detto - abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”. E davanti al rifiuto dell’imprenditore, avrebbe quindi usato il messaggero mafioso, che a Garaffa avrebbe ricordato di trovarsi lì per quel “debito” con gli “amici” milanesi.
Nell’ordinanza i giudici di Milano prevedevano inoltre che il procedimento si sarebbe potuto incastrare con un’altra avventura giudiziaria di Dell’Utri: il processo che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, le cui indagini erano partite nel ’94 e che al momento è fermo alla condanna in primo grado del dicembre 2004.
Nelle imputazioni del Pubblico Ministero si legge che Dell’Utri avrebbe “concorso nelle attività di Cosa Nostra nonché nel proseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”. Il Pm accusava Dell’Utri di avere “partecipato personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra”, “di avere provveduto al ricovero di latitanti” nonché di intrattenere rapporti continuativi con gente del calibro dei boss Stefano Bontade e Totò Riina e “l’eroico” Vittorio Mangano. Insomma, una serie di rapporti che parrebbe difficile giustificare (se confermati in ultimo grado di giudizio) anche dopo la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che pranzare con un mafioso non è indice di gravi indizi di concorso esterno. Intanto aspettiamo trepidanti di conoscere l’opinione della Corte su cene e colazioni.
La denuncia dell’ormai ex presidente della società cestistica ha portato a un lungo processo, sullo sfondo di una carriera politica costellata per Dell’Utri di successi (tra cui la fondazione di Forza Italia) e altri procedimenti penali, e invece per Garaffa di un’esperienza al Senato arenatasi al seguito delle sfortune del Partito Repubblicano. La cattiva sorte di quest’ultimo ha accompagnato quella della squadra, che è giunta al fallimento nel ’97 in condizioni finanziarie tutt’altro che rosee.
Di tanto in tanto, le notizie delle sentenze scuotevano le due parabole (ovviamente una ascendente, l’altra discendente). A Milano i giudici accertarono il fatto e in primo grado (maggio 2004) e secondo grado (maggio 2007) condannando Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione. In Cassazione, però, il giudizio viene cancellato, e rimesso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano, dove viene decisa la derubricazione del reato: non più estorsione, ma “minaccia grave”. Un reato per il quale i tempi della prescrizione sono molto più brevi.
E così, lo scorso 14 aprile, Virga (in carcere dal 2001) e Dell’Utri (in Parlamento dal 1996) sono stati prosciolti per prescrizione del reato. Tutti contenti? No: Dell’Utri ci tiene a ricorrere, definisce la sentenza “pilatesca” e vuole dimostrare in tribunale che nemmeno il reato di minaccia esiste; Virga dal carcere di Parma dichiara di voler fare ricorso per Cassazione (forse perché ci tiene alla propria nomea?). E, chiaramente, nemmeno Garaffa è contento del risultato. Anche perché, a conti fatti, la prescrizione in Italia sembra il traguardo di molti avvocati, specie dall’accorciamento dei tempi grazie alla legge “ex Cirielli”.
C’è un grave malinteso, nel nostro paese, sul significato del termine “prescrizione”. I giornali e i politici vorrebbero farci credere che la prescrizione corrisponda ad un’assoluzione, ossia alla determinazione di innocenza dell’imputato. Dopo averci martellato con la frase dal retrogusto dell’ossimoro “assolto per prescrizione”, siamo stati portati a credere che imputati eccellenti come Andreotti o Berlusconi abbiano “vinto”. In realtà, la prescrizione è una causa di estinzione del reato, che interrompe il processo a carico dell’imputato dopo che è trascorso un determinato lasso di tempo dal fatto, solitamente proporzionale alla gravità dello stesso, ma non esprime un giudizio o un’assoluzione. Lo scopo è dunque di evitare, in un sistema spesso ingolfato, che la macchina giudiziaria continui a impegnare risorse per la punizione di reati commessi a distanza di molto tempo (ovviamente, non si applica a reati di particolare gravità).
Sarebbe lecito per i cittadini coscienziosi restare nel dubbio, specie quando ad usufruire della prescrizione troviamo individui la cui morale desidereremmo intatta e la coscienza indubbiamente pulita. Quando deputati, senatori, ministri e premier collezionano prescrizioni come se fossero figurine dei calciatori - pardon, dei cestisti - mantenendosi in quel limbo tra innocenza e colpevolezza (non giuridica, per carità), ci si dovrebbe aspettare titoli in prima pagina e scene da Oscar nei telegiornali. Invece la prescrizione dei soliti reati - corruzione, estorsione, bancarotta fraudolenta, finanziamenti illeciti, etc - che sembrano quasi di moda in quel di Montecitorio è ormai prassi. Tanto da passare quasi inosservata, caso dopo caso. Come questo caso, che tra l’altro, non manca di affiancare il nome di una delle figure di spicco della seconda repubblica a quello di uno dei mafiosi più noti e spietati degli ultimi trent’anni.
Marcello Dell’Utri e il boss trapanese Virga “salvati” dalla prescrizione di un vecchio caso. L’accusa? Niente poco di meno che estorsione ai danni dell’allora presidente della Pallacanestro Trapani.
Prima di essere la vela lo sport preferito dei trapanesi (anche se qualche dubbio, a 5 anni dall’America’s Cup siciliana, comincia a sorgere) era la pallacanestro a farla da padrone nella città della falce.
Il Trapani Basket, tra gli anni ’80 e i ’90, veleggiava glorioso verso l’A2, con una capatina nella A1 nella stagione ’91-’92. Erano gli anni dell’allenatore Giancarlo Sacco, del playmaker Ciccio Mannella, dell’americano Reginald Johnson, del presidente Vincenzo Garaffa. E del marchio sulle canotte della birra Messina, alcolico sulla cui qualità soprassediamo, ma che aveva un promoter unico: il boss Vincenzo Virga (quello dell’assassinio di Rostagno, della Calcestruzzi Ericina, dell’omicidio del giudice Giacomelli e altro ancora).
Virga, in verità, più che alla birra era interessato ai soldi: si era presentato sul posto di lavoro del presidente Garaffa per minacciarlo, chiedendogli la metà del miliardo e mezzo di lire della sponsorizzazione stipulata tra Birra Messina e Trapani Basket grazie alla società Publitalia. Quest’ultima non si sarebbe accontentata del 10% della somma, quanto pattuito per la mediazione, ma esigeva di più, e lo esigeva in nero. E a mandare quell’estortore eccellente a casa Garaffa, sarebbe stato l’altrettanto eccellente presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, dell’Utri avrebbe “posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà”. Sempre secondo i magistrati, l’ex collega di università di Berlusconi inizialmente si sarebbe “solamente” prodigato in un paternale suggerimento verso Garaffa che sembra quasi uscito da un libro di Mario Puzo: “Io le consiglio di ripensarci, - avrebbe detto - abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”. E davanti al rifiuto dell’imprenditore, avrebbe quindi usato il messaggero mafioso, che a Garaffa avrebbe ricordato di trovarsi lì per quel “debito” con gli “amici” milanesi.
Nell’ordinanza i giudici di Milano prevedevano inoltre che il procedimento si sarebbe potuto incastrare con un’altra avventura giudiziaria di Dell’Utri: il processo che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, le cui indagini erano partite nel ’94 e che al momento è fermo alla condanna in primo grado del dicembre 2004.
Nelle imputazioni del Pubblico Ministero si legge che Dell’Utri avrebbe “concorso nelle attività di Cosa Nostra nonché nel proseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”. Il Pm accusava Dell’Utri di avere “partecipato personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra”, “di avere provveduto al ricovero di latitanti” nonché di intrattenere rapporti continuativi con gente del calibro dei boss Stefano Bontade e Totò Riina e “l’eroico” Vittorio Mangano. Insomma, una serie di rapporti che parrebbe difficile giustificare (se confermati in ultimo grado di giudizio) anche dopo la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che pranzare con un mafioso non è indice di gravi indizi di concorso esterno. Intanto aspettiamo trepidanti di conoscere l’opinione della Corte su cene e colazioni.
La denuncia dell’ormai ex presidente della società cestistica ha portato a un lungo processo, sullo sfondo di una carriera politica costellata per Dell’Utri di successi (tra cui la fondazione di Forza Italia) e altri procedimenti penali, e invece per Garaffa di un’esperienza al Senato arenatasi al seguito delle sfortune del Partito Repubblicano. La cattiva sorte di quest’ultimo ha accompagnato quella della squadra, che è giunta al fallimento nel ’97 in condizioni finanziarie tutt’altro che rosee.
Di tanto in tanto, le notizie delle sentenze scuotevano le due parabole (ovviamente una ascendente, l’altra discendente). A Milano i giudici accertarono il fatto e in primo grado (maggio 2004) e secondo grado (maggio 2007) condannando Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione. In Cassazione, però, il giudizio viene cancellato, e rimesso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano, dove viene decisa la derubricazione del reato: non più estorsione, ma “minaccia grave”. Un reato per il quale i tempi della prescrizione sono molto più brevi.
E così, lo scorso 14 aprile, Virga (in carcere dal 2001) e Dell’Utri (in Parlamento dal 1996) sono stati prosciolti per prescrizione del reato. Tutti contenti? No: Dell’Utri ci tiene a ricorrere, definisce la sentenza “pilatesca” e vuole dimostrare in tribunale che nemmeno il reato di minaccia esiste; Virga dal carcere di Parma dichiara di voler fare ricorso per Cassazione (forse perché ci tiene alla propria nomea?). E, chiaramente, nemmeno Garaffa è contento del risultato. Anche perché, a conti fatti, la prescrizione in Italia sembra il traguardo di molti avvocati, specie dall’accorciamento dei tempi grazie alla legge “ex Cirielli”.
C’è un grave malinteso, nel nostro paese, sul significato del termine “prescrizione”. I giornali e i politici vorrebbero farci credere che la prescrizione corrisponda ad un’assoluzione, ossia alla determinazione di innocenza dell’imputato. Dopo averci martellato con la frase dal retrogusto dell’ossimoro “assolto per prescrizione”, siamo stati portati a credere che imputati eccellenti come Andreotti o Berlusconi abbiano “vinto”. In realtà, la prescrizione è una causa di estinzione del reato, che interrompe il processo a carico dell’imputato dopo che è trascorso un determinato lasso di tempo dal fatto, solitamente proporzionale alla gravità dello stesso, ma non esprime un giudizio o un’assoluzione. Lo scopo è dunque di evitare, in un sistema spesso ingolfato, che la macchina giudiziaria continui a impegnare risorse per la punizione di reati commessi a distanza di molto tempo (ovviamente, non si applica a reati di particolare gravità).
Sarebbe lecito per i cittadini coscienziosi restare nel dubbio, specie quando ad usufruire della prescrizione troviamo individui la cui morale desidereremmo intatta e la coscienza indubbiamente pulita. Quando deputati, senatori, ministri e premier collezionano prescrizioni come se fossero figurine dei calciatori - pardon, dei cestisti - mantenendosi in quel limbo tra innocenza e colpevolezza (non giuridica, per carità), ci si dovrebbe aspettare titoli in prima pagina e scene da Oscar nei telegiornali. Invece la prescrizione dei soliti reati - corruzione, estorsione, bancarotta fraudolenta, finanziamenti illeciti, etc - che sembrano quasi di moda in quel di Montecitorio è ormai prassi. Tanto da passare quasi inosservata, caso dopo caso. Come questo caso, che tra l’altro, non manca di affiancare il nome di una delle figure di spicco della seconda repubblica a quello di uno dei mafiosi più noti e spietati degli ultimi trent’anni.
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Marco Rizzo
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23 maggio 2009
Mauro e Giovanni
Non so, ma mi sembra una casualità significativa che oggi, anniversario della strage di Capaci, arriva una svolta (per certi versi annunciata) sul caso Rostagno. Vi segnalo quindi l'articolo apparso su Repubblica.it, e vi ri-segnalo il pezzo di qualche mese fa dove avevo in parte anticipato questa tesi, già fortemente presa in considerazione dagli inquirenti e da alcuni altri giornalisti.
La decisione presa dal boss Vincenzo Virga. A premere il grilletto Vito Mazzara
Le continue denunce contro la mafia all'orgine dell'assassinio
Svolta nel delitto Rostagno
ordini custodia per killer e mandante
PALERMO - Svolta nel delitto di Mauro Rostagno. La squadra mobile di Trapani ha eseguito due ordini di custodia cautelare per l'omicidio del giornalista e sociologo assassinato nel settembre del 1988. Mandante dell'omicidio, secondo i magistrati, il boss trapanese Vincenzo Virga, mentre l'esecutore materiale sarebbe Vito Mazzara, noto esponente mafioso di Trapani. Entrambi sono già detenuti per altri reati.
A dare impulso alle indagini è stata una perizia sui tre bossoli e tre cartucce inesplose provenienti dal delitto Rostagno. Reperti che sono stati messi a paragone con i dati di altri fatti di sangue avvenuti in provincia di Trapani. Identiche le modalità, in particolare l'impiego di un fucile semiautomatico calibro 12 e di un revolver calibro 38. Un filo rosso lega il delitto Rostagno con altri assassini: il duplice omicidio di Giuseppe Piazza e Rosario Sciacca, avvenuto l'11 giugno 1990 nel comune di Partanna; l'omicidio di Antonino Monteleone, commesso in contrada Marausa (Trapani) il 7 dicembre 1990; l'omicidio dell'agente di custodia Giuseppe Montalto, avvenuto il 23 dicembre 1995 a Palma, altra frazione del capoluogo di provincia. Tre omicidi con un solo colpevole: Vito Mazzara. Che adesso dovrà pagare anche per la morte di Rostagno.
A costare la vita al giornalista è stata la continua attività di denuncia che svolgeva attraverso la piccola televisione trapanese "Radio Tele Cine". Accuse continue che hanno scatenato la reazione della mafia.
L'omicidio di Rostagno, infatti, sarebbe stato quindi deliberato in seno a Cosa Nostra: "L'ordine di ucciderlo - sottolineano gli inquirenti - è stato dato dall'allora rappresentante provinciale Francesco Messina Denaro (morto ormai da anni, ndr) e il mandato per l'organizzazione e la materiale esecuzione è stato conferito a Vicenzo Virga".
Si arrivò così al 26 settembre 1988, quando Rostagno venne freddato in un agguato in contrada Lenzi, davanti l'ingresso della comunità terapeutica Saman in cui Mauro Rostagno operava e alloggiava. E verso la quale ci concentrarono i siospetti dopo l'omicidio. Una pista poi completamente abbandonata. Oggi autori e mandanti hanno un nome.
(23 maggio 2009)
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22 aprile 2009
Sgarbi
Dopo avere sentito che Vittorio Sgarbi si sarebbe candidato alle europee con l'UDC mi è tornata in mente questa intervista al sindaco di Salemi condotta per L'Isola Possibile a settembre (che vi avevo promesso e poi ho dimenticato... magari è un po' datata ma credo sia curiosa). Ne approfitto per segnare un'altra tacca per l'ennesimo fervente credenti nel matrimonio arruolato dal partito e segnalarvi che sul prossimo numero del supplemento siciliano del Manifesto ci sarà un mio pezzo su Dell'Utri. E ne approfitto anche per salutarvi visto che domani parto per il Comicon di Napoli...
“Cosa Nostra? A Salemi non esiste più”
Vittorio Sgarbi, l’antimafia che non ti aspettiUna passeggiata di domenica mattina tra le vie di una cittadina da 11 mila abitanti sotto i riflettori dei media, tra chi spera e chi non si illude. E il primo cittadino Vittorio Sgarbi, dopo aver polemizzato con un giornalista che lo ha indicato vicino a personalità sospette, annuncia un museo sulla mafia: “Ormai lo Stato ha vinto”
La mafia a Salemi non esiste. Parola di Vittorio Sgarbi. Il sindaco più mediatico d’Italia ha ingaggiato una personalissima e quanto mai peculiare lotta contro Cosa Nostra dal suo regno nel cuore della provincia di Trapani, la stessa città che ha dato i natali agli imprenditori e mafiosi Ignazio e Nino Salvo. Prima smentendo categoricamente l’esistenza di mafiosi attivi a Salemi. Poi annunciando un museo della mafia, con consulenti di prestigio, da inaugurare nelle sale del castello normanno. E infine, presentando le sue iniziative come “l’antimafia dei fatti”.
Fino a poche settimane fa, dal suo insediamento lo scorso 30 giugno, non si può dire che la mafia sia stata al centro del dibattito della giunta, impegnata su iniziative forse di maggiore risalto mediatico.
Tra i vari eventi culturali promossi (spesso con una sorprendente attenzione da parte del curioso pubblico locale), ha spiccato la presentazione dell’ultimo libro dell’ex-magistrato nonché amico di Falcone e Borsellino, Giuseppe Ajala. Tra il pubblico si trovava un volto che alcuni cittadini salemitani conoscono bene: Pino Giammarinaro. Ex uomo forte della Dc nella provincia, già deputato nazionale grazie a ben 50 mila preferenze, dimessosi perché indagato per mafia, Giammarinaro fu poi assolto grazie a dei provvidenziali quanto inaspettati silenzi davanti al giudice da parte di quei pentiti che già lo avevano accusato durante le indagini preliminari. L’obbligo di dimora e la sorveglianza speciale ancora in corso pare non gli abbiano impedito in passato di restare un punto di riferimento a Salemi in periodo elettorale. Rino Giacalone ha parlato dei suoi sospetti sull’appoggio di Giammarinaro durante la campagna elettorale di Sgarbi sulle pagine di Articolo21.it, e ha ricordato che la città è stata la roccaforte dei cugini Salvo. Tanto è bastato per scatenare la replica di Sgarbi, che stando all’Ansa ha dato del mafioso al giornalista, proprio durante la presentazione della Confederazione nazionale delle associazioni antiracket. Ha poi attaccato “l’antimafia della retorica” e ha dichiarato che “secondo loro è come se mi fossi contaminato difendendo Pino Giammarinaro”. “Di lui – ha proseguito – si scrive sempre, ma non si parla mai di un deputato di Salemi del Pd [all’Assemblea Regionale, Ndr], Baldo Gucciardi, figlioccio di Ignazio Salvo".Fatto sta che per il sindaco e critico d’arte, la mafia, a Salemi, non esiste proprio. “Le mie non sono le deduzioni di un personaggio bizzarro, ma il risultato di inchieste fatte dal comandante dei carabinieri, che ho interrogato per stabilire quale fosse l’incidenza mafiosa nella zona”, spiega Sgarbi ai nostri microfoni. “Qui ci sono solo 27 mafiosi, 8 in carcere e 19 a piede libero, alcuni dei quali – prosegue – vivono al limite dell’indigenza non avendo neanche i soldi per comprarsi da mangiare”.Ma il sindaco osa spingersi ancora più in là, disegnando una mappa della Sicilia che potrebbe senz’altro apparire ottimistica: “Per quello che riguarda la mia esperienza, a Piazza Armerina, a Noto e a Salemi, posso affermare in modo definitivo che la mafia non c’è. E non c’è più a Messina (forse non c’è mai stata), a Enna, a Caltanissetta, a Ragusa e a Siracusa. Forse esiste ancora un po’ a Gela e a Trapani”. “Io credo a quello che vedo e sento – spiega Sgarbi con il consueto pragmatismo – e siccome dalla mafia non ho avuto segnali non posso negare che esista, ma posso negare che esiste il rapporto con i poteri che io ho frequentato”.
La provincia di Trapani è il territorio di Matteo Messina Denaro, l’inafferrabile super-boss che il capo dei capi Provenzano chiamava “il mio caro nipote”. E la Valle del Belice, di cui fa parte Salemi, pare che sia il suo regno incontrastato. Ma Sgarbi non la pensa così: “Di Messina Denaro ho sentito parlare anche io – afferma il sindaco – e non mi pare che la sua influenza si estenda fino a Salemi. Forse arriverà fino a Castelvetrano, ma bisognerebbe parlare con le persone per capire in che modo si sente questa presenza. Il fatto che sia latitante non vuol dire che sia veramente potente”.
Ma se ci sono, innegabili, gli arresti, i mafiosi da mettere in manette devono pur esserci da qualche parte. Un esempio è senz’altro la sequenza di operazioni che proprio tra Trapani e Marsala ha decimato i vertici dell’organizzazione e portato alla luce inquietanti connivenze tra imprenditoria, politica, massoneria e mafia. E in effetti Sgarbi precisa che “gli arresti segnalano una forza dello Stato rispetto alla mafia. Non sto dicendo che non ci sia il nemico, ma il nemico è battuto o piegato”. E per spiegare il successo della lotta alla mafia, tanto da potere dedicare all’organizzazione criminale addirittura un museo con consulenti come Ajala stesso o il giornalista Francesco La Licata, Sgarbi azzarda un paragone: “In Germania possono esserci, evidentemente, 10, 100, 1000 nazisti, ma non sono più al potere. Oggi il governo della Sicilia non è più un governo controllato dalla mafia. Come è possibile fare un museo sull’Olocausto ritengo sia possibile fare un museo sulla mafia”.
Ma così Sgarbi non finirà mica tra quei professionisti dell’antimafia che denigra tanto? “Ne sarei felice”, afferma. “Loro hanno avuto un tale vantaggio dalla loro azione che la mia posizione non retorica mi impedirà di diventarlo, sarò sempre un elemento contrastante”. Il primo cittadino cita chi ha coniato il termine: “A Leonardo Sciascia, che a differenza di altri che ne parlano ho conosciuto personalmente, ho dedicato il museo. E io non mi farò intimidire da qualsiasi forma di mafia e a maggior ragione da nessuna forma di antimafia”.
Di questi temi, in giro per Salemi, non se ne parla. Quando incontriamo i cittadini in una grigia domenica mattina, l’argomento di discussione preferito è la chiusura, per motivi di agibilità, dei locali della scuola elementare del centro storico. Questioni pratiche, decisioni impopolari. Anche se l’umore è tiepido, e nessuno comunque vuole sbilanciarsi nel giudizio sulla giunta Sgarbi (“È ancora presto per giudicare” è il commento ricorrente), tutto sommato l’attenzione dei media non infastidisce granché i salemitani. “La nostra città non ha mai avuto tanta pubblicità – racconta un anziano – e c’è stata una processione di turisti, giornalisti e curiosi, ma ne ha beneficiato solo qualche bar e ristorante”. I cittadini hanno anche notato volti noti affacciarsi più o meno mestamente: “Dopo Moratti, è venuto a Salemi anche Stefano D’Orazio dei Pooh, forse per vedere le case in vendita ad un euro”, racconta un cliente del bar della piazza principale. L’idea di recuperare le abitazioni del centro storico abbandonate dopo il terremoto del ’68 è stata sicuramente quella che ha destato più clamore a livello nazionale, anche se dovrà fare i conti con vincoli paesaggistici e norme antisismiche che ridimensioneranno la portata dell’iniziativa. I cittadini intanto fanno i conti anche con l’ordinaria amministrazione: per alcuni le strade “non sono mai state così pulite”, per altri “la vita a Salemi è quella di sempre, e i marciapiedi sono sempre pieni di sporcizia ed erbacce”.
L’unico a parlare di mafia è un giovane insegnante di scuola elementare, che cita Virgilio: “Temo i greci anche quando portano doni, come ho spesso ripetuto durante la campagna elettorale. Quando troviamo personaggi ambigui come Giammarinaro seduti al fianco di certe figure istituzionali viene da pensare”. “Io ho il sospetto – afferma – che la candidatura di Sgarbi sia stata strumentale. Quando la mafia veste i panni dell’antimafia assistiamo a un’operazione di alto riciclaggio politico”.
Prima di partire, incontriamo due adolescenti appoggiati ad un motorino. “In effetti, con tutta questa pubblicità, la città è più viva, c’è più movimento: Salemi si è ripresa dagli anni bui”, ci dicono. A pochi metri di distanza chiediamo ad una ragazza appena uscita dalla messa se la pensa alla stessa maniera: “Per convincerci a restare serve il lavoro – ammette – perché i riflettori oggi ci sono, domani chissà”.MARCO RIZZO
10 aprile 2009
Sto qui...
Perché, vabe', è una tradizione, che palle ogni anno sempre la stessa, minchia sempre le stesse facce, e ora dove vado a pisciare?, talé c'è quella mia compagna delle medie, minchia quanto sei ingrassato, ma stanno u porti u popolo?, già mi fa male a schina, ma quando ce ne torniamo a casa?, ma una birra non ce la prendiamo?, però il sepolcro fa sempre impressione, guarda chi c'è che suona, io non sono credente però sono troppo belli, certo che di notte e tutta un'altra cosa, bella st'occasione per rivederci tutti, buonanotte.
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Marco Rizzo
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Vitamia
7 ottobre 2008
Padri e padrini, figli e "delfini"
Qui sotto vi incollo la versione "lunga", senza i tagli necessari per entrare nella pagina. E sul numero di novembre, se tutto va bene, ci sarà il mio reportage da Salemi con annessa intervista a Sgarbi.
La politica degli zii e dei delfini
Tra banche, appalti ed elezioni
Non è una novità che in Sicilia la politica sia piena di “zii” e “delfini”. Personaggi di generazioni diverse che si accompagnano in percorsi comuni, vecchi professionisti della politica che accolgono giovani rampanti proiettandoli da consiglieri comunali a deputati e senatori. L’ex vicepresidente della Regione Siciliana ed ex socialista Bartolo Pellegrino, agli arresti domiciliari dopo l’inchiesta “Mafia e Appalti” del 2007, è stato sicuramente lo “zio” politico dell’enfant prodige Paolo Ruggirello, eletto all’Ars con più di 10.000 preferenze e uomo forte dell’Mpa a Trapani. Il legame tra i due è stato ammesso dallo stesso Ruggirello, chiamato a testimoniare il 28 marzo scorso dall’avvocato di Pellegrino, Vito Galluffo, davanti i giudici della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani nel procedimento a carico dell’ex vicepresidente. Potrebbe essere una scelta poco oculata quella dell’avvocato Galluffo, visto che Paolo Ruggirello è stato poi nuovamente tirato in ballo nel corso dell’inchiesta, ma sotto altre vesti.
Più che fonte di garanzia, Ruggirello è stato visto dall’investigatore della mobile Lucio Palmeri come il beneficiario di voti controllati dalla mafia, in una deposizione risalente allo scorso 30 luglio. Secondo le indagini della squadra mobile, nel 2001, quando Ruggirello era agli inizi della propria ascesa politica, era stato sostenuto da “u prufissuri” Filippo Coppola, per gli inquirenti uno dei punti di contatto tra le cosche trapanesi e Pellegrino (che, lo ricordiamo, in un’intercettazione del 2002 chiamava i pentiti “infami” e i poliziotti “sbirri”). Il presunto mafioso Coppola, dal carcere, avrebbe tentato di convogliare i voti dei familiari degli altri reclusi verso il giovane politico rampante, che fu eletto nelle file di Nuova Sicilia, il partito fondato da Pellegrino e in seguito confluito nell’Mpa. Una strategia che la mafia avrebbe applicato anche con altri candidati, come l’aspirante sindaco del centro destra Mario Sugameli a Valderice (poi sconfitto da Lucia Blunda del centrosinistra) o come la cognata di Coppola, Francesca Simonte, candidata al consiglio comunale di Trapani.
Da dietro le sbarre, senza sapere di essere intercettato, Filippo Coppola si era lasciato scappare un deciso “Bisogna sostenere il fratello di Bice”.
“Pellegrino, in qualità di Assessore della Regione siciliana al Territorio ed ambiente per il periodo da agosto 2001 a marzo 2003 – si legge nella nota della Questura di Trapani diffusa all’indomani dell’arresto del politico - accettava da Vito Augugliaro [oltre che dagli altri imprenditori interessati, Francesco Pace e Antonino Birritella, Ndr] la promessa di denaro nella misura di 500 euro per ciascuno degli appartamenti progettati dalla società Mediterranea Costruzioni Srl, per una somma complessiva di 300.000 euro. A fronte di tale promessa Pellegrino si impegnava ad adoperarsi, nella qualità indicata, affinché il programma edilizio andasse a buon fine”. Il già citato ispettore Palmeri, avrebbe evidenziato che “a differenza di altri piani di lottizzazione bocciati dagli uffici dell’assessorato regionale al territorio, questi invece incontrarono il via libera”, secondo l’accusa grazie all’accordo con Pellegrino. Uno dei tanti “affari” condotti dal leader di Nuova Sicilia, secondo le intercettazioni e secondo il pentito Birrittella, e uno dei vari progetti edilizi della famiglia Ruggirello finiti sotto l’occhio del ciclone per i collegamenti tra il ramo “politico” della famiglia e quello imprenditoriale. Come si legge sul numero di marzo 2007 de “L’Isola Possibile”, l’amministrazione del territorio era già stata favorevole alla famiglia Ruggirello, trasformando una zona agricola in area dedicata all’edilizia con un discusso piano regolatore. Un terreno in contrada Guarrato di proprietà proprio dei Ruggirello.
A ben vedere, il settore delle costruzioni è quello che ha reso la famiglia Ruggirello quello che è oggi. Al padre di Paolo e Bice, Giuseppe, è oggi intitolata una fondazione che organizza memorial podistici e porta i bambini degli orfanotrofi cittadini al circo, uno dei fiori all’occhiello nella scorsa campagna elettorale di Ruggirello figlio.
Ma Giuseppe Ruggirello è anche un nome che circola dagli anni ’70, che più volte era stato citato dai giornali anche affianco ad altri nomi “scomodi” (come quello del cassiere della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti, in una truffa ai danni dell’ambasciatore italiano in Portogallo, rivelata da “La Repubblica” nel 1996).
Tra articoli di giornale, relazioni della Commissione Antimafia, interrogazioni parlamentari, il nome di Giuseppe Ruggirello è stato spesso accostato a Bartolo Pellegrino, di cui avrebbe finanziato anche alcune campagne elettorali, e a grossi spostamenti di denaro. Arricchitosi con fortunate speculazioni edilizie (tanto da essere stato individuato come uno dei probabili fautori del “sacco del Belice”), era grazie alle banche che aveva creato la propria fortuna e quella della figlia Bice, che lo seguiva nei consigli di amministrazione. La Banca Industriale fondata a Trapani e presieduta da Ruggirello Senior è una delle tante banche sorte tra gli anni ’70 e gli anni ’80 che potevano vantare aumenti spropositati dei depositi e degli sportelli. E come presidente onorario, era stato individuato il presidente del tribunale di Trapani, Carlo Alberto Malizia, fratello del generale Saverio Malizia già membro della P2.
Il boom delle banche di Ruggirello non era passato inosservato nemmeno in parlamento, quando tre deputati dell’Msi (Franchi, Nicosia e Marino) della V legislatura chiedevano di conoscere “a quale improvvisa fortuna si debba l'arricchimento del ragioniere Giuseppe Ruggirello e quale sia la parte ricoperta negli scandali citati da “Lo Specchio” dall'onorevole Bartolomeo Pellegrino, capogruppo del Psi all'Assemblea regionale siciliana”.
La Banca Industriale aveva generato, nella già citata contrada di Guarrato, un altro istituto: la Cassa Rurale e Artigiana San Paolo. Scrive Claudio Fava su “I Siciliani” nel 1984: “Che la San Paolo sia una emanazione della Banca Industriale è evidente se si va a dare un'occhiata ai soci: nella cooperativa San Paolo, ad esempio, c'è una parente stretta di Giuseppe Ruggirello, Bice Ruggirello, componente anche del consiglio di amministrazione della Banca Industriale. Per la cronaca, in due anni la Cassa San Paolo è riuscita a moltiplicare i propri depositi del 483%, passando dai 444 milioni del 1980 ai 2.145 milioni del 1982”.
Molti anni dopo, nel 1991, era la Guardia di Finanza a ritornare sui presunti legami tra mafia e banche nel trapanese: “Sono in corso indagini su un soggetto (Giuseppe Ruggirello) sospettato di collegamenti con esponenti mafiosi, il quale starebbe per rilevare o avrebbe già rilevato una considerevole partecipazione in un Istituto di credito romano. Il soggetto, tramite tre società finanziarie, è presente sulla piazza di Roma e opera nel settore mobiliare e immobiliare impiegando ingenti capitali”.
Gli interessati di questo intreccio di politici, imprenditori, parenti e reclusi, si sono difesi in aula. Paolo Ruggirello ha detto di non avere " mai chiesto voti all'indiziato mafioso Filippo Coppola" e che a quei tempi "il fratello Tommaso Coppola faceva parte del gabinetto di Pellegrino", insieme a Ruggirello stesso.
L’ex vice presidente della Regione, invece, per bocca del suo avvocato, afferma che “non sono mai emersi contatti diretti tra l’onorevole Pellegrino e soggetti indagati per mafia”. La difesa dell’ex assessore ha poi precisato che l’approvazione dei piani che avevano permesso la costruzione degli appartamenti a Villa Rosina era avvenuta quando Pellegrino non aveva più quell’incarico, circostanza già agli atti dell’indagine.
Inoltre, nell’incontro in cui si fece il nome di Mario Sugameli come candidato del centrodestra alle comunali di Valderice del 2001 (a cui erano presenti tra gli altri il già citato imprenditore Tommaso Coppola e l’ex sindaco Cristoforo Grammatico) “si parlò solo ed esclusivamente di politica”.
In che termini, non è dato saperlo.
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26 settembre 2008
Mauro è vivo
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31 luglio 2008
Le colpe dei padri, dei figli, e degli "zii"
Finalmente l'inchiesta "Mafia e Appalti 2" arriva a toccare ufficialmente anche l'onorevole deputato dell'Ars Paolo Ruggirello.
''Cosa nostra, nel 2001, in occasione delle elezioni comunali di Erice, avrebbe pilotato voti in favore del candidato Paolo Ruggirello, attuale deputato regionale dell'Mpa''. Lo ha detto oggi in aula l'ispettore di polizia Nicolo' Palmeri, deponendo come teste dell'accusa davanti ai giudici del tribunale di Trapani nell'ambito del processo scaturito dall'inchiesta ''Mafia e Appalti 2'', che vede imputato, tra gli altri, l'ex assessore regionale al Territorio, Bartolo Pellegrino. Durante la deposizione in aula, l'ispettore ha poi fatto riferimento alle elezioni comunali del 2003 a Valderice. In quell'occasione, ha ricordato l'investigatore, negli uffici dell'imprenditore valdericino Tommaso Coppola (oggi in carcere a seguito di una condanna in primo grado per associazione mafiosa), era presente Bartolo Pellegrino, ''e concordarono di puntare sul candidato a sindaco Mario Sugameli del centrodestra''. Le elezioni vennero pero' vinte dal centrosinistra. Il processo e' stato rinviato al 17 settembre. (Ansa 30/7/08)
Al di là della sorprendente mancanza di doti oratorie del Ruggirello, sono i suoi legami con lo "zio politico" Bartolo Pellegrino (comodamente ai domiciliari per le solite questioni d'appalti), il cognato Vito Augugliaro e il papà, il fu Giuseppe (a cui vengono intestati memorial e eventi nonostante un passato, diciamo così, "discutibile") a suggerire almeno un po' di veridicità nelle accuse e nella sua capacità di raccogliere consensi stratosferici (pur essendo relativamente nuovo alla politica). Sul Giornale di Sicilia leggo che Ruggirello si è difeso dicendo che "non ha mai chiesto voti all'indiziato mafioso Filippo Coppola" e che ai tempi "il fratello Mimmo Coppola faceva parte del gabinetti di Pellegrino", insieme a Ruggirello. Pare lo stimasse tanto da averlo raccomandato al fratello Filippo, che in carcere aveva detto di sostenere alle elezioni "il fratello di Bice" [Paolo. ndr].
Probabilmente Ruggirello verrà premiato con una poltrona al senato quanto prima.
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Marco Rizzo
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11 luglio 2008
"Il fatto non sussiste"
Ma com'è finita per il porto di Trapani? Ma è finita? I lavori riprendono, ok, l'ha detto D'Alì. L'Autorità portuale è stata sciolta per non aver raggiunto il traffico merci necessario, e l'ha detto il ministero. Ma ora cambia governo e cambia tutto.
L'ex comandante della capitaneria di porto e segretario dell'Autorità Ignazio Agate, nel frattempo, era stato accusato di avere gonfiato ad arte i dati forniti per l'istituzione dell'ente. Adesso arriva l'assoluzione, dopo che Agate se ne era inizialmente lavato le mani, dichiarando nel corso di un interrogatorio che lui quelle carte non le aveva mai toccate, se non per firmarle, per poi rimangiarsi tutto. Questo ultimo elemento mi fa sospettare che la storia non sia ancora finita.
Intanto, ecco l'articolo che ho scritto per Ateneo per tirare le fila (ad ora) del caso Agate.
Intanto, ecco l'articolo che ho scritto per Ateneo per tirare le fila (ad ora) del caso Agate.
Porto di Trapani, assolto Agate:
“I dati non sono gonfiati per dolo”
Cade l’accusa per l’ex comandante della capitaneria di Porto della città della falce. Per il tribunale, non esiste un metodo per il conteggio di quei dati forniti al ministero pere l’istituzione dell’ente, e gli errori di Agate non sono quindi voluti. Nessuna intenzione, quindi, di gonfiare le quote per istituire forzatamente l’Autorità. Nel frattempo, la Commissione ambiente del Senato dà nuovamente il via ai lavori, bloccati dal ministero dell’Ambiente e dalla magistratura per infiltrazioni mafiose
L’ex comandante della Capitaneria di Porto Ignazio Agate, accusato di avere falsificato i dati sul transito merci nell’approdo trapanese, è stato assolto. Alla base della decisione, un vizio formale, quasi, un vuoto legislativo sul metodo di calcolo dei dati, che non coinciderebbe con un’azione dolosa. Il pm Paola Biondolillo aveva chiesto cinque anni, mentre la difesa aveva chiesto l’assoluzione. Potrebbe essere l’ultimo capitolo della lunga e tormentata saga dell’Autorità Portuale trapanese, i cui problemi risalgono alla sua istituzione, nel 2003, quando il Ministero dei Trasporti ricevette da Agate dati in seguito trovati imprecisi, o addirittura “gonfiati” per permettere la creazione dell’ente e la “solita” divisione delle poltrone.
Agate inizialmente aveva dichiarato in un primo interrogatorio che quella documentazione aveva solo la sua firma, ma era stata realizzata, da un sottoufficiale incaricato, Giovanni Nicosia. Peccato che Nicosia in quei giorni non fosse nemmeno a Trapani, e successivamente Agate fu costretto ad ammettere che i dati erano stati calcolati da lui stesso, ma con un sistema che avrebbe inevitabilmente portato ad errori. Se resta chiaro, a norma di legge, che i dati indicati dalla Capitaneria di porto devono essere di 3 milioni di tonnellate annui per tre anni consecutivi per giungere all’istituzione dell’Autorità, non è mai stato definito come definire i dati. I calcoli, pur confrontati con diverse perizie stabilite dal gup e dal pm, restano imprecisi i criteri di calcolo del transito delle merci (che tra le altre cose, non include i passeggeri nel conteggio). Assoluzione, quindi, “perché il fatto non sussiste”: i dati forniti da Agate non sono gonfiati “per dolo” ma perché frutto di calcoli numerici errati, e cade quindi l’accusa.
Nel frattempo, l’Autorità portuale è stata chiusa sempre per il mancato raggiungimento delle quote di merci in transito, ma nel triennio 2004-2006, nonostante le polemiche a seguito del decreto dell’ex-ministro Antonio Di Pietro. Probabile che il nuovo governo, visto anche l’interesse del Senatore Antonio D’Alì (trapanese, promotore del rilancio dell’Autorità, e presidente della Commissione ambiente di palazzo Madama) possa portare novità anche su questo fronte. Un primo passo è stato, negli scorsi giorni, il via dato dalla Commissione di Valutazione di impatto ambientale (e quindi dalla commissione Ambiente di D’Alì) alla ripresa dei lavori di allargamento dell’approdo. In passato, il ministero dell’Ambiente aveva ritenuto che “le opere sono state realizzate violando procedure e causando gravi danni all’ambiente”, rischiando un grosso impatto sulla vicina riserva naturale delle Saline di Trapani. I lavori al porto, inoltre, sono sotto l’occhio della magistratura per questioni di appalti pilotati dalla mafia, in un’inchiesta, intitolata “Mafia e appalti” che ha portato all’arresto di diversi imprenditori, di un funzionario del Comune e di uno dei più noti politici trapanesi, Bartolo Pellegrino.
(da Ateneonline)
“I dati non sono gonfiati per dolo”
Cade l’accusa per l’ex comandante della capitaneria di Porto della città della falce. Per il tribunale, non esiste un metodo per il conteggio di quei dati forniti al ministero pere l’istituzione dell’ente, e gli errori di Agate non sono quindi voluti. Nessuna intenzione, quindi, di gonfiare le quote per istituire forzatamente l’Autorità. Nel frattempo, la Commissione ambiente del Senato dà nuovamente il via ai lavori, bloccati dal ministero dell’Ambiente e dalla magistratura per infiltrazioni mafiose
L’ex comandante della Capitaneria di Porto Ignazio Agate, accusato di avere falsificato i dati sul transito merci nell’approdo trapanese, è stato assolto. Alla base della decisione, un vizio formale, quasi, un vuoto legislativo sul metodo di calcolo dei dati, che non coinciderebbe con un’azione dolosa. Il pm Paola Biondolillo aveva chiesto cinque anni, mentre la difesa aveva chiesto l’assoluzione. Potrebbe essere l’ultimo capitolo della lunga e tormentata saga dell’Autorità Portuale trapanese, i cui problemi risalgono alla sua istituzione, nel 2003, quando il Ministero dei Trasporti ricevette da Agate dati in seguito trovati imprecisi, o addirittura “gonfiati” per permettere la creazione dell’ente e la “solita” divisione delle poltrone.
Agate inizialmente aveva dichiarato in un primo interrogatorio che quella documentazione aveva solo la sua firma, ma era stata realizzata, da un sottoufficiale incaricato, Giovanni Nicosia. Peccato che Nicosia in quei giorni non fosse nemmeno a Trapani, e successivamente Agate fu costretto ad ammettere che i dati erano stati calcolati da lui stesso, ma con un sistema che avrebbe inevitabilmente portato ad errori. Se resta chiaro, a norma di legge, che i dati indicati dalla Capitaneria di porto devono essere di 3 milioni di tonnellate annui per tre anni consecutivi per giungere all’istituzione dell’Autorità, non è mai stato definito come definire i dati. I calcoli, pur confrontati con diverse perizie stabilite dal gup e dal pm, restano imprecisi i criteri di calcolo del transito delle merci (che tra le altre cose, non include i passeggeri nel conteggio). Assoluzione, quindi, “perché il fatto non sussiste”: i dati forniti da Agate non sono gonfiati “per dolo” ma perché frutto di calcoli numerici errati, e cade quindi l’accusa.
Nel frattempo, l’Autorità portuale è stata chiusa sempre per il mancato raggiungimento delle quote di merci in transito, ma nel triennio 2004-2006, nonostante le polemiche a seguito del decreto dell’ex-ministro Antonio Di Pietro. Probabile che il nuovo governo, visto anche l’interesse del Senatore Antonio D’Alì (trapanese, promotore del rilancio dell’Autorità, e presidente della Commissione ambiente di palazzo Madama) possa portare novità anche su questo fronte. Un primo passo è stato, negli scorsi giorni, il via dato dalla Commissione di Valutazione di impatto ambientale (e quindi dalla commissione Ambiente di D’Alì) alla ripresa dei lavori di allargamento dell’approdo. In passato, il ministero dell’Ambiente aveva ritenuto che “le opere sono state realizzate violando procedure e causando gravi danni all’ambiente”, rischiando un grosso impatto sulla vicina riserva naturale delle Saline di Trapani. I lavori al porto, inoltre, sono sotto l’occhio della magistratura per questioni di appalti pilotati dalla mafia, in un’inchiesta, intitolata “Mafia e appalti” che ha portato all’arresto di diversi imprenditori, di un funzionario del Comune e di uno dei più noti politici trapanesi, Bartolo Pellegrino.
(da Ateneonline)
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Marco Rizzo
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