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23 novembre 2011

Supermarket Mafia da oggi in libreria

È uscito oggi.


E siamo a quota quattro libri in un anno: Gli Ultimi giorni di Marco Pantani a febbraio, Primo a marzo, Que viva el Che Guevara in ottobre. E adesso questo libro-inchiesta (che saggio sembra una cosa pesante, libro-inchiesta ci fa sentire tutti un po' savianesi, voi che leggete e noi che scriviamo).
Come ho fatto a pubblicare tanto in un anno? Si deve a un certo allineamento delgi astri, qualche botta di culo, parecchie serate davanti al computer sacrificando il sonno, e un po' di preparazione in anticipo (Primo e Pantani, ad esempio, erano praticamente pronti a fine 2010).
Sarà di conforto per i portafogli dei miei fan e per la pace interiore dei miei detrattori che ci vorrà un po' prima del prossimo libro. E mentre voi tirate un sospiro di sollievo, qui si comincia con la promozione! E debuttiamo in casa, sabato 3 dicembre, alle ore 17:30, alla Libreria Giunti di Trapani (in via Torrearsa... 'a loggia, per intenderci). Modererà l'amico Giacomo Di Girolamo, autore proprio oggi di una bella lettera aperta, da giornalista in trincea, che vi invito a leggere.

13 luglio 2011

Supermarket Mafia



Si chiamerà Supermarket Mafia - A tavola con Cosa Nostra. Non è un libro di ricette particolarmente indigeste. Non è una guida Michelin su Corleone o Secondigliano. Non è un libretto di istruzioni per montare solo le cucine comprate all'Ikea di Catania. È un saggio scritto da me medesimo, con il contributo di un po’ di gente tanto in gamba che svelerò più avanti, e uscirà a fine 2011 per la gloriosa casa editrice romana Castelvecchi. Il libro prende spunto dall’inchiesta sul “Re Mida dei supermercati” Giuseppe Grigoli che ho seguito qualche anno fa, quando facevo meno fumetti e più giornalismo, e studia le infiltrazioni delle mafie nella filiera ortofrutticola, dalla raccolta agli scaffali. C’è veramente tanta roba, ci lavoro da mesi ed è - per quanto mi risulta - il primo libro totalmente incentrato su questo tema. Quindi, auguratemi buona fortuna e incrociate le dita per me. Io, di mio, posso tenervi aggiornati sulla lavorazione e la data di uscita definitiva, che scrivere con le dita incrociate non è per niente facile.

23 marzo 2011

"Allora, che si dice a Trapani?"



La mia città è balzata agli onori alla cronaca, una volta tanto, per questioni che non riguardano la mafia, visto che da qui (da Birgi, per la precisione) partono alcuni dei caccia verso la Libia. Agli amici che mi chiedono come si vive in questi giorni a Trapani, ho risposto con questo articolo per il mio blog su L'Unità: Qui a Trapani un F-16 non fa primavera.

26 ottobre 2010

Mafia da serie A

Visto che la vicenda è stata citata da Deaglio nel corso della presentazione a Torino, recupero questo vecchio pezzo dell'aprile del 2009 che anche se non è aggiornatissimo dal punto di vista giudiziario riassume una vicenda molto molto interessante (e attuale). Gli atti, in ogni caso, restano sempre quelli. Per le evoluzioni del caso, tenete d'occhio i giornali, visto che il 28 maggio la Corte di Cassazione ha stabilito la riapertura del processo.


Una mafia da serie A

Marcello Dell’Utri e il boss trapanese Virga “salvati” dalla prescrizione di un vecchio caso. L’accusa? Niente poco di meno che estorsione ai danni dell’allora presidente della Pallacanestro Trapani.

Prima di essere la vela lo sport preferito dei trapanesi (anche se qualche dubbio, a 5 anni dall’America’s Cup siciliana, comincia a sorgere) era la pallacanestro a farla da padrone nella città della falce.
Il Trapani Basket, tra gli anni ’80 e i ’90, veleggiava glorioso verso l’A2, con una capatina nella A1 nella stagione ’91-’92. Erano gli anni dell’allenatore Giancarlo Sacco, del playmaker Ciccio Mannella, dell’americano Reginald Johnson, del presidente Vincenzo Garaffa. E del marchio sulle canotte della birra Messina, alcolico sulla cui qualità soprassediamo, ma che aveva un promoter unico: il boss Vincenzo Virga (quello dell’assassinio di Rostagno, della Calcestruzzi Ericina, dell’omicidio del giudice Giacomelli e altro ancora).
Virga, in verità, più che alla birra era interessato ai soldi: si era presentato sul posto di lavoro del presidente Garaffa per minacciarlo, chiedendogli la metà del miliardo e mezzo di lire della sponsorizzazione stipulata tra Birra Messina e Trapani Basket grazie alla società Publitalia. Quest’ultima non si sarebbe accontentata del 10% della somma, quanto pattuito per la mediazione, ma esigeva di più, e lo esigeva in nero. E a mandare quell’estortore eccellente a casa Garaffa, sarebbe stato l’altrettanto eccellente presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, dell’Utri avrebbe “posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà”. Sempre secondo i magistrati, l’ex collega di università di Berlusconi inizialmente si sarebbe “solamente” prodigato in un paternale suggerimento verso Garaffa che sembra quasi uscito da un libro di Mario Puzo: “Io le consiglio di ripensarci, - avrebbe detto - abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”. E davanti al rifiuto dell’imprenditore, avrebbe quindi usato il messaggero mafioso, che a Garaffa avrebbe ricordato di trovarsi lì per quel “debito” con gli “amici” milanesi.

Nell’ordinanza i giudici di Milano prevedevano inoltre che il procedimento si sarebbe potuto incastrare con un’altra avventura giudiziaria di Dell’Utri: il processo che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, le cui indagini erano partite nel ’94 e che al momento è fermo alla condanna in primo grado del dicembre 2004.
Nelle imputazioni del Pubblico Ministero si legge che Dell’Utri avrebbe “concorso nelle attività di Cosa Nostra nonché nel proseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”. Il Pm accusava Dell’Utri di avere “partecipato personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra”, “di avere provveduto al ricovero di latitanti” nonché di intrattenere rapporti continuativi con gente del calibro dei boss Stefano Bontade e Totò Riina e “l’eroico” Vittorio Mangano. Insomma, una serie di rapporti che parrebbe difficile giustificare (se confermati in ultimo grado di giudizio) anche dopo la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che pranzare con un mafioso non è indice di gravi indizi di concorso esterno. Intanto aspettiamo trepidanti di conoscere l’opinione della Corte su cene e colazioni.

La denuncia dell’ormai ex presidente della società cestistica ha portato a un lungo processo, sullo sfondo di una carriera politica costellata per Dell’Utri di successi (tra cui la fondazione di Forza Italia) e altri procedimenti penali, e invece per Garaffa di un’esperienza al Senato arenatasi al seguito delle sfortune del Partito Repubblicano. La cattiva sorte di quest’ultimo ha accompagnato quella della squadra, che è giunta al fallimento nel ’97 in condizioni finanziarie tutt’altro che rosee.
Di tanto in tanto, le notizie delle sentenze scuotevano le due parabole (ovviamente una ascendente, l’altra discendente). A Milano i giudici accertarono il fatto e in primo grado (maggio 2004) e secondo grado (maggio 2007) condannando Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione. In Cassazione, però, il giudizio viene cancellato, e rimesso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano, dove viene decisa la derubricazione del reato: non più estorsione, ma “minaccia grave”. Un reato per il quale i tempi della prescrizione sono molto più brevi.

E così, lo scorso 14 aprile, Virga (in carcere dal 2001) e Dell’Utri (in Parlamento dal 1996) sono stati prosciolti per prescrizione del reato. Tutti contenti? No: Dell’Utri ci tiene a ricorrere, definisce la sentenza “pilatesca” e vuole dimostrare in tribunale che nemmeno il reato di minaccia esiste; Virga dal carcere di Parma dichiara di voler fare ricorso per Cassazione (forse perché ci tiene alla propria nomea?). E, chiaramente, nemmeno Garaffa è contento del risultato. Anche perché, a conti fatti, la prescrizione in Italia sembra il traguardo di molti avvocati, specie dall’accorciamento dei tempi grazie alla legge “ex Cirielli”.

C’è un grave malinteso, nel nostro paese, sul significato del termine “prescrizione”. I giornali e i politici vorrebbero farci credere che la prescrizione corrisponda ad un’assoluzione, ossia alla determinazione di innocenza dell’imputato. Dopo averci martellato con la frase dal retrogusto dell’ossimoro “assolto per prescrizione”, siamo stati portati a credere che imputati eccellenti come Andreotti o Berlusconi abbiano “vinto”. In realtà, la prescrizione è una causa di estinzione del reato, che interrompe il processo a carico dell’imputato dopo che è trascorso un determinato lasso di tempo dal fatto, solitamente proporzionale alla gravità dello stesso, ma non esprime un giudizio o un’assoluzione. Lo scopo è dunque di evitare, in un sistema spesso ingolfato, che la macchina giudiziaria continui a impegnare risorse per la punizione di reati commessi a distanza di molto tempo (ovviamente, non si applica a reati di particolare gravità).
Sarebbe lecito per i cittadini coscienziosi restare nel dubbio, specie quando ad usufruire della prescrizione troviamo individui la cui morale desidereremmo intatta e la coscienza indubbiamente pulita. Quando deputati, senatori, ministri e premier collezionano prescrizioni come se fossero figurine dei calciatori - pardon, dei cestisti - mantenendosi in quel limbo tra innocenza e colpevolezza (non giuridica, per carità), ci si dovrebbe aspettare titoli in prima pagina e scene da Oscar nei telegiornali. Invece la prescrizione dei soliti reati - corruzione, estorsione, bancarotta fraudolenta, finanziamenti illeciti, etc - che sembrano quasi di moda in quel di Montecitorio è ormai prassi. Tanto da passare quasi inosservata, caso dopo caso. Come questo caso, che tra l’altro, non manca di affiancare il nome di una delle figure di spicco della seconda Repubblica a quello di uno dei mafiosi più noti e spietati degli ultimi trent’anni.
(articolo pubblicato originariamente su L'Isola Possibile dell'aprile 2009)

2 agosto 2010

Letture estive

Non le mie, le vostre. Piccolo suggerimento: un raccontino da stampare e leggere sotto l'ombrellone (o sulla tazza del cesso o in ufficio o dovevoletevoi), che ho scritto per Pupidizuccaro.com dell'amico Tonino Pintacuda & Co. Spero vi piaccia.
Un cuore rattoppato con lo scotch. Il nastro adesivo a volere pensare a un’immagine romantica. Il whiskey, se si vuole essere concreti. Non era un’immagine patetica, come potrebbe sembrare. Nella mia testa il whiskey non solo annebbiava i pensieri ma mi faceva sembrare più forte di quanto fossi in quel momento.
Giulia aveva deciso di partire chissà quanti giorni fa, e aveva deciso di dirmelo quella stessa mattina. Eravamo in fila al supermercato, alla cassa. Avremmo dovuto comprare le solite quattro fesserie. Lei apre il portafogli, sbircio dentro (giuro, assolutamente per caso) e vedo delle sterline.
Continua qui.

25 febbraio 2010

Piazza Politeama

Quarto ed ultimo racconto su Setteperuno. Ne approfitto per ringraziare la redazione per l'invito e l'ospitalità :)
Avevo sempre avuto il desiderio di lasciare Palermo. E negli ultimi anni il desiderio era diventato sempre più pressante: avrei voluto una città dove non dovevo fare lo slalom tra la munnizza quando uscivo il sabato sera, dove non dovevo attaccare tre-catenacci-tre al motorino, dove la mattina non dovevo svegliarmi con il carretto con quello che abbanniava “accattativi i patati” e la sera non dovevo andare a dormire con il vicino parcheggiato sotto casa con lo stereo che spargeva nel quartiere la voce di Toni Colombo e varie altre sonorità ricercate (dai carabinieri, forse).

Con tutta la buona volontà, solo a piccole dosi riuscivo ad apprezzare questi aspetti quasi arabi della città dove ero nato, cresciuto e fidanzato. E (secondo le previsioni della za’ Nina, maga della zona nonché venditrice di corredi) dove mi sarei maritato, fatto tre figli e schiattato serenamente nel mio letto.

Le previsioni della za’ Nina, un contratto a tempo determinato in un’agenzia pubblicitaria piena di squali, murene e minchie marine, e ovviamente l’amore per Annalisa mi avevano reso prigioniero fino a quel momento in una città che mi offriva ogni giorno nuovi motivi di lagnanza.
Continua qui.
(foto mia)

17 febbraio 2010

Via Candelai



Penultimo raccontino su SettePerUno, tra i locali di via Candelai, uno dei punti di ritrovo della Movida di Palermo, a cui sono molto affezionato per inevitabili rimembranze universitarie.
Qualcosa non quadrava: a conti fatti, era impossibile che Valerio, detto Apache, avesse partecipato alla Guerra del Golfo. Sarà per il suo aspetto che ‒ beato lui ‒ lo posizionava in un’età indefinita tra i 30 portati così così e i 40 portati bene, ma quando raccontava, perdendosi in dettagli, missioni militari e avventure degne dei peggiori film propagandistici hollywoodiani non lo si riusciva a prendere sul serio.

Ce n’era una, in particolare, che aveva fatto quasi intenerire la band: durante una tempesta di sabbia nel deserto di chissàdove, Valerio si era rifugiato dentro un elicottero da guerra Apache insieme a una giornalista svedese da cartolina. E ovviamente, era stata la notte di sesso più lunga, passionale e focosa di tutta la storia della Mesopotamia, della Svezia e della Sicilia. Valerio da allora era stato soprannominato “Apache”, prima segretamente, poi sottilmente, poi spudoratamente, da tutti gli amici di sempre, i colleghi all’Inps (nella vita reale era un comunissimo impiegato) e anche dai membri della band (che si guardavano bene dal chiamarlo così sul palco, però).

Se bravo non era a condire le sue minchiate, Apache era bravissimo però al basso.
Continua qui.

(foto da Balarm.it)

10 febbraio 2010

Via dei botti



Nuovo raccontino su SettePerUno, stavolta ambientato in una via della Kalsa quasi di fantasia. Buon tour di Palermo così com'è (più o meno).
Non era un botto qualunque. Da quando aveva preso quell’appartamento (termine quanto mai generoso) alla Kalsa, Paolo era in grado di distinguere almeno 10 tipi di botti diversi, e quello non era un fuoco d’artificio. La tessera immaginaria di esperto veniva rinnovata ogni anno. La stagione partiva intorno ai primi di settembre: solo l’antipasto prima del rush finale entro capodanno, che culminava in una caotica orchestra di esplosioni e colori sincronizzata alle 00:00 dell’anno nuovo. E, ogni volta, lo spettacolo di quella che era stata soprannominata “Via dei botti” era un trionfo di Santa Rosalia. Poi quegli scoppi andavano diradandosi, più o meno fino a metà febbraio, in modo che le scorte si esaurissero e l’economia del quartiere fosse pronta a ripartire intorno a quel fortunato business. Oltre al contributo economico in fatto di visite ai retrobottega della zona, gli scoppi accrescevano la creatività degli abitanti della zona. Ogni sussulto dovuto a uno scoppio veniva accompagnato da una nuova offesa: dal più classico “teste di minchia” al più religioso “figghi ru riavulu”, passando per il più colorito “avissiero mòriri di diarrea”.
Continua qui.

3 febbraio 2010

Scrivere


Sono le 11:45 e ho tre notizie. Per cominciare, oggi firmerò il contratto per il prossimo libro per Beccogiallo... maggiori dettagli presto, prestissimo. Il libro su Peppino Impastato sta andando così bene che è già alla seconda ristampa. Inoltre, a partire da oggi ogni mercoledì di questo mese di febbraio troverete un mio raccontino ambientato a Palermo sul bel sito www.setteperuno.it. Ogni storiella vorrebbe essere un assaggio dolceamaro di una via in particolare di quella città così complicata dove ho vissuto sette anni (!).

E sempre in tema di scrittura, ma a ben altri livelli, oggi pomeriggio alle 18:00 il maestro James Ellroy incontrerà il pubblico alla Fnac di Torino. Il modo ideale per festeggiare l'uscita del terzo capitolo della trilogia che è partita con American Tabloid e proseguita con Sei pezzi da mille, raffiche di crudezza e lezioni di scrittura, che mescolano Storia e storiacce.

10 gennaio 2010

Una strada non basta



Da LiveSicilia.it mi hanno chiesto un altro pezzo, sul valore della memoria. Un'occasione per replicare a certi commenti e luoghi comuni, e per rispondere a una domanda che mi viene chiesta nei vari incontri in giro per l'Italia: "Le commemorazioni bastano? O addirittura, servono?". I miei due modestissimi cents.

Non volevo allungare troppo il pezzo, ma due parole su Ponteranica ci sarebbero state. Voi 4-5 fedelissimi del blog sapete già come la penso, intanto.

Un estratto:

In molte città della nostra bella isola, e in particolare a Palermo, un “horror tour” è agevolato dai percorsi segnati dalle posizioni di targhe e altarini e vie dedicate ai martiri della mafia. Con fredda meticolosità, sembra che le targhette semi coperte dalle edere e gli obelischi che sovrastano le auto, siano disposti a monito sempiterno: “Noi siamo ancora qui, in mezzo a voi. Noi vi guardiamo, e non vi abbandoniamo”.

6 gennaio 2010

Buon compleanno Peppino/2



Ieri gli amici di LiveSicilia mi hanno chiesto un pezzetto su Peppino in occasione del compleanno... eccolo qua. Spero davvero che vi piaccia. (Il disegno qui su è - ovviamente - di Lelio ed è un dettaglio di una delle locandine usate Cinisi lo scorso 9 maggio)

5 gennaio 2010

Buon compleanno Peppino



Nubi di fiato rappreso
s'addensano sugli occhi
in uno stanco scorrere
di ombre e di ricordi:
una festa,
un frusciare di gonne,
uno sguardo,
due occhi di rugiada,
un sorriso,
un nome di donna:
Amore
Non
Ne
Avremo.

(Le poesie di Peppino Impastato sono raccolte nel volume intitolato "Lunga è la notte")

28 dicembre 2009

A Putia


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Storia: Marco Rizzo
Disegni: Lelio Bonaccorso
Precedentemente pubblicato su Resistenze, Beccogiallo, 2007.
Puoi leggere anche: Accade in Cina

30 novembre 2009

A ciascuno i propri eroi



Cioè, visto che ci tieni tanto, tienitelo stretto...

20 ottobre 2009

Un tuffo dove l'acqua è meno blu



Le navi cariche di scorie non venivano fatte affondare solo nel Tirreno, ma anche davanti al porto di Trapani. C’è un nome che viene fuori, ed è quello della nave «River». Una naufragio che non risulta da nessuna parte, e figurarsi come poteva accadere il contrario, ma che secondo un teste, il faccendiere per anni in contatto con servizi segreti e criminalità organizzata mafiosa, Francesco Elmo, c’è stato. Un racconto archiviato ma che adesso potrebbe tornare d’attualità dopo quello che va scoprendo la magistratura calabrese a proposito di navi fatte naufragare con i loro carichi mortali.

Comincia così un articolo di Rino Giacalone che aggiorna sulla vicenda delle navi dai carichi radioattivi (o perlomeno inquinanti) affondate nel mediterraneo. Intanto i sillogismi: con i punti di contatto tra la vicenda Rostagno e quella Alpi, ma sopratutto con quello che ruota intorno alla figura dell'uomo di Gladio a Trapani, Li Causi. Tutte storie che chi mi segue e ha letto Ilaria Alpi - il prezzo della verità conosce bene. Poi l'articolo fa riferimento a dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Francesco Elmo, che insieme a quanto detto di recente da un altro pentito, Francesco Ionti, ci fornisce altri dettagli sulla pratica bastarda di avvelenamento dei nostri mari che chissà per quanto tempo è andata avanti. E senza stupore da parte di chi ha seguito queste vicende anche prima che Ionti aprisse bocca, il cerchio si stringe anche intorno ai mari del trapanese (che, fa bene ricordarlo, per buona parte della costa sono occupati da aree protette, come Zingaro, Saline, Stagnone e Egadi).

Consiglio la lettura dell'articolo di Rino in particolare agli amici trapanesi.

14 agosto 2009

Empeducle, Acchimede...

Sono in vacanza. Cioè mi godo il sole, il mare, il cibo e il traffico della mia terra.

13 luglio 2009

Mafia da serie A

Ho scritto questo articolo per il numero di aprile de L'Isola Possibile. Anche se gli argomenti sono seri come al solito, mi è stato chiesto un pezzo più "di colore". E anche se allora era più d'attualità, credo che una lettura oggi male non possa fare. Giusto per conoscenza. Ah, se magari quel faccione lì sotto non vi stimola, sappiate che nell'articolo si parla anche di basket e di birra.



Marcello Dell’Utri e il boss trapanese Virga “salvati” dalla prescrizione di un vecchio caso. L’accusa? Niente poco di meno che estorsione ai danni dell’allora presidente della Pallacanestro Trapani.

Prima di essere la vela lo sport preferito dei trapanesi (anche se qualche dubbio, a 5 anni dall’America’s Cup siciliana, comincia a sorgere) era la pallacanestro a farla da padrone nella città della falce.
Il Trapani Basket, tra gli anni ’80 e i ’90, veleggiava glorioso verso l’A2, con una capatina nella A1 nella stagione ’91-’92. Erano gli anni dell’allenatore Giancarlo Sacco, del playmaker Ciccio Mannella, dell’americano Reginald Johnson, del presidente Vincenzo Garaffa. E del marchio sulle canotte della birra Messina, alcolico sulla cui qualità soprassediamo, ma che aveva un promoter unico: il boss Vincenzo Virga (quello dell’assassinio di Rostagno, della Calcestruzzi Ericina, dell’omicidio del giudice Giacomelli e altro ancora).
Virga, in verità, più che alla birra era interessato ai soldi: si era presentato sul posto di lavoro del presidente Garaffa per minacciarlo, chiedendogli la metà del miliardo e mezzo di lire della sponsorizzazione stipulata tra Birra Messina e Trapani Basket grazie alla società Publitalia. Quest’ultima non si sarebbe accontentata del 10% della somma, quanto pattuito per la mediazione, ma esigeva di più, e lo esigeva in nero. E a mandare quell’estortore eccellente a casa Garaffa, sarebbe stato l’altrettanto eccellente presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, dell’Utri avrebbe “posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà”. Sempre secondo i magistrati, l’ex collega di università di Berlusconi inizialmente si sarebbe “solamente” prodigato in un paternale suggerimento verso Garaffa che sembra quasi uscito da un libro di Mario Puzo: “Io le consiglio di ripensarci, - avrebbe detto - abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”. E davanti al rifiuto dell’imprenditore, avrebbe quindi usato il messaggero mafioso, che a Garaffa avrebbe ricordato di trovarsi lì per quel “debito” con gli “amici” milanesi.

Nell’ordinanza i giudici di Milano prevedevano inoltre che il procedimento si sarebbe potuto incastrare con un’altra avventura giudiziaria di Dell’Utri: il processo che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, le cui indagini erano partite nel ’94 e che al momento è fermo alla condanna in primo grado del dicembre 2004.
Nelle imputazioni del Pubblico Ministero si legge che Dell’Utri avrebbe “concorso nelle attività di Cosa Nostra nonché nel proseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”. Il Pm accusava Dell’Utri di avere “partecipato personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra”, “di avere provveduto al ricovero di latitanti” nonché di intrattenere rapporti continuativi con gente del calibro dei boss Stefano Bontade e Totò Riina e “l’eroico” Vittorio Mangano. Insomma, una serie di rapporti che parrebbe difficile giustificare (se confermati in ultimo grado di giudizio) anche dopo la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che pranzare con un mafioso non è indice di gravi indizi di concorso esterno. Intanto aspettiamo trepidanti di conoscere l’opinione della Corte su cene e colazioni.

La denuncia dell’ormai ex presidente della società cestistica ha portato a un lungo processo, sullo sfondo di una carriera politica costellata per Dell’Utri di successi (tra cui la fondazione di Forza Italia) e altri procedimenti penali, e invece per Garaffa di un’esperienza al Senato arenatasi al seguito delle sfortune del Partito Repubblicano. La cattiva sorte di quest’ultimo ha accompagnato quella della squadra, che è giunta al fallimento nel ’97 in condizioni finanziarie tutt’altro che rosee.
Di tanto in tanto, le notizie delle sentenze scuotevano le due parabole (ovviamente una ascendente, l’altra discendente). A Milano i giudici accertarono il fatto e in primo grado (maggio 2004) e secondo grado (maggio 2007) condannando Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione. In Cassazione, però, il giudizio viene cancellato, e rimesso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano, dove viene decisa la derubricazione del reato: non più estorsione, ma “minaccia grave”. Un reato per il quale i tempi della prescrizione sono molto più brevi.

E così, lo scorso 14 aprile, Virga (in carcere dal 2001) e Dell’Utri (in Parlamento dal 1996) sono stati prosciolti per prescrizione del reato. Tutti contenti? No: Dell’Utri ci tiene a ricorrere, definisce la sentenza “pilatesca” e vuole dimostrare in tribunale che nemmeno il reato di minaccia esiste; Virga dal carcere di Parma dichiara di voler fare ricorso per Cassazione (forse perché ci tiene alla propria nomea?). E, chiaramente, nemmeno Garaffa è contento del risultato. Anche perché, a conti fatti, la prescrizione in Italia sembra il traguardo di molti avvocati, specie dall’accorciamento dei tempi grazie alla legge “ex Cirielli”.

C’è un grave malinteso, nel nostro paese, sul significato del termine “prescrizione”. I giornali e i politici vorrebbero farci credere che la prescrizione corrisponda ad un’assoluzione, ossia alla determinazione di innocenza dell’imputato. Dopo averci martellato con la frase dal retrogusto dell’ossimoro “assolto per prescrizione”, siamo stati portati a credere che imputati eccellenti come Andreotti o Berlusconi abbiano “vinto”. In realtà, la prescrizione è una causa di estinzione del reato, che interrompe il processo a carico dell’imputato dopo che è trascorso un determinato lasso di tempo dal fatto, solitamente proporzionale alla gravità dello stesso, ma non esprime un giudizio o un’assoluzione. Lo scopo è dunque di evitare, in un sistema spesso ingolfato, che la macchina giudiziaria continui a impegnare risorse per la punizione di reati commessi a distanza di molto tempo (ovviamente, non si applica a reati di particolare gravità).
Sarebbe lecito per i cittadini coscienziosi restare nel dubbio, specie quando ad usufruire della prescrizione troviamo individui la cui morale desidereremmo intatta e la coscienza indubbiamente pulita. Quando deputati, senatori, ministri e premier collezionano prescrizioni come se fossero figurine dei calciatori - pardon, dei cestisti - mantenendosi in quel limbo tra innocenza e colpevolezza (non giuridica, per carità), ci si dovrebbe aspettare titoli in prima pagina e scene da Oscar nei telegiornali. Invece la prescrizione dei soliti reati - corruzione, estorsione, bancarotta fraudolenta, finanziamenti illeciti, etc - che sembrano quasi di moda in quel di Montecitorio è ormai prassi. Tanto da passare quasi inosservata, caso dopo caso. Come questo caso, che tra l’altro, non manca di affiancare il nome di una delle figure di spicco della seconda repubblica a quello di uno dei mafiosi più noti e spietati degli ultimi trent’anni.

22 aprile 2009

Sgarbi



Dopo avere sentito che Vittorio Sgarbi si sarebbe candidato alle europee con l'UDC mi è tornata in mente questa intervista al sindaco di Salemi condotta per L'Isola Possibile a settembre (che vi avevo promesso e poi ho dimenticato... magari è un po' datata ma credo sia curiosa). Ne approfitto per segnare un'altra tacca per l'ennesimo fervente credenti nel matrimonio arruolato dal partito e segnalarvi che sul prossimo numero del supplemento siciliano del Manifesto ci sarà un mio pezzo su Dell'Utri. E ne approfitto anche per salutarvi visto che domani parto per il Comicon di Napoli...
“Cosa Nostra? A Salemi non esiste più”
Vittorio Sgarbi, l’antimafia che non ti aspetti

Una passeggiata di domenica mattina tra le vie di una cittadina da 11 mila abitanti sotto i riflettori dei media, tra chi spera e chi non si illude. E il primo cittadino Vittorio Sgarbi, dopo aver polemizzato con un giornalista che lo ha indicato vicino a personalità sospette, annuncia un museo sulla mafia: “Ormai lo Stato ha vinto”

La mafia a Salemi non esiste. Parola di Vittorio Sgarbi. Il sindaco più mediatico d’Italia ha ingaggiato una personalissima e quanto mai peculiare lotta contro Cosa Nostra dal suo regno nel cuore della provincia di Trapani, la stessa città che ha dato i natali agli imprenditori e mafiosi Ignazio e Nino Salvo. Prima smentendo categoricamente l’esistenza di mafiosi attivi a Salemi. Poi annunciando un museo della mafia, con consulenti di prestigio, da inaugurare nelle sale del castello normanno. E infine, presentando le sue iniziative come “l’antimafia dei fatti”.
Fino a poche settimane fa, dal suo insediamento lo scorso 30 giugno, non si può dire che la mafia sia stata al centro del dibattito della giunta, impegnata su iniziative forse di maggiore risalto mediatico.

Tra i vari eventi culturali promossi (spesso con una sorprendente attenzione da parte del curioso pubblico locale), ha spiccato la presentazione dell’ultimo libro dell’ex-magistrato nonché amico di Falcone e Borsellino, Giuseppe Ajala. Tra il pubblico si trovava un volto che alcuni cittadini salemitani conoscono bene: Pino Giammarinaro. Ex uomo forte della Dc nella provincia, già deputato nazionale grazie a ben 50 mila preferenze, dimessosi perché indagato per mafia, Giammarinaro fu poi assolto grazie a dei provvidenziali quanto inaspettati silenzi davanti al giudice da parte di quei pentiti che già lo avevano accusato durante le indagini preliminari. L’obbligo di dimora e la sorveglianza speciale ancora in corso pare non gli abbiano impedito in passato di restare un punto di riferimento a Salemi in periodo elettorale. Rino Giacalone ha parlato dei suoi sospetti sull’appoggio di Giammarinaro durante la campagna elettorale di Sgarbi sulle pagine di Articolo21.it, e ha ricordato che la città è stata la roccaforte dei cugini Salvo. Tanto è bastato per scatenare la replica di Sgarbi, che stando all’Ansa ha dato del mafioso al giornalista, proprio durante la presentazione della Confederazione nazionale delle associazioni antiracket. Ha poi attaccato “l’antimafia della retorica” e ha dichiarato che “secondo loro è come se mi fossi contaminato difendendo Pino Giammarinaro”. “Di lui – ha proseguito – si scrive sempre, ma non si parla mai di un deputato di Salemi del Pd [all’Assemblea Regionale, Ndr], Baldo Gucciardi, figlioccio di Ignazio Salvo".

Fatto sta che per il sindaco e critico d’arte, la mafia, a Salemi, non esiste proprio. “Le mie non sono le deduzioni di un personaggio bizzarro, ma il risultato di inchieste fatte dal comandante dei carabinieri, che ho interrogato per stabilire quale fosse l’incidenza mafiosa nella zona”, spiega Sgarbi ai nostri microfoni. “Qui ci sono solo 27 mafiosi, 8 in carcere e 19 a piede libero, alcuni dei quali – prosegue – vivono al limite dell’indigenza non avendo neanche i soldi per comprarsi da mangiare”.
Ma il sindaco osa spingersi ancora più in là, disegnando una mappa della Sicilia che potrebbe senz’altro apparire ottimistica: “Per quello che riguarda la mia esperienza, a Piazza Armerina, a Noto e a Salemi, posso affermare in modo definitivo che la mafia non c’è. E non c’è più a Messina (forse non c’è mai stata), a Enna, a Caltanissetta, a Ragusa e a Siracusa. Forse esiste ancora un po’ a Gela e a Trapani”. “Io credo a quello che vedo e sento – spiega Sgarbi con il consueto pragmatismo – e siccome dalla mafia non ho avuto segnali non posso negare che esista, ma posso negare che esiste il rapporto con i poteri che io ho frequentato”.
La provincia di Trapani è il territorio di Matteo Messina Denaro, l’inafferrabile super-boss che il capo dei capi Provenzano chiamava “il mio caro nipote”. E la Valle del Belice, di cui fa parte Salemi, pare che sia il suo regno incontrastato. Ma Sgarbi non la pensa così: “Di Messina Denaro ho sentito parlare anche io – afferma il sindaco – e non mi pare che la sua influenza si estenda fino a Salemi. Forse arriverà fino a Castelvetrano, ma bisognerebbe parlare con le persone per capire in che modo si sente questa presenza. Il fatto che sia latitante non vuol dire che sia veramente potente”.

Ma se ci sono, innegabili, gli arresti, i mafiosi da mettere in manette devono pur esserci da qualche parte. Un esempio è senz’altro la sequenza di operazioni che proprio tra Trapani e Marsala ha decimato i vertici dell’organizzazione e portato alla luce inquietanti connivenze tra imprenditoria, politica, massoneria e mafia. E in effetti Sgarbi precisa che “gli arresti segnalano una forza dello Stato rispetto alla mafia. Non sto dicendo che non ci sia il nemico, ma il nemico è battuto o piegato”. E per spiegare il successo della lotta alla mafia, tanto da potere dedicare all’organizzazione criminale addirittura un museo con consulenti come Ajala stesso o il giornalista Francesco La Licata, Sgarbi azzarda un paragone: “In Germania possono esserci, evidentemente, 10, 100, 1000 nazisti, ma non sono più al potere. Oggi il governo della Sicilia non è più un governo controllato dalla mafia. Come è possibile fare un museo sull’Olocausto ritengo sia possibile fare un museo sulla mafia”.
Ma così Sgarbi non finirà mica tra quei professionisti dell’antimafia che denigra tanto? “Ne sarei felice”, afferma. “Loro hanno avuto un tale vantaggio dalla loro azione che la mia posizione non retorica mi impedirà di diventarlo, sarò sempre un elemento contrastante”. Il primo cittadino cita chi ha coniato il termine: “A Leonardo Sciascia, che a differenza di altri che ne parlano ho conosciuto personalmente, ho dedicato il museo. E io non mi farò intimidire da qualsiasi forma di mafia e a maggior ragione da nessuna forma di antimafia”.

Di questi temi, in giro per Salemi, non se ne parla. Quando incontriamo i cittadini in una grigia domenica mattina, l’argomento di discussione preferito è la chiusura, per motivi di agibilità, dei locali della scuola elementare del centro storico. Questioni pratiche, decisioni impopolari. Anche se l’umore è tiepido, e nessuno comunque vuole sbilanciarsi nel giudizio sulla giunta Sgarbi (“È ancora presto per giudicare” è il commento ricorrente), tutto sommato l’attenzione dei media non infastidisce granché i salemitani. “La nostra città non ha mai avuto tanta pubblicità – racconta un anziano – e c’è stata una processione di turisti, giornalisti e curiosi, ma ne ha beneficiato solo qualche bar e ristorante”. I cittadini hanno anche notato volti noti affacciarsi più o meno mestamente: “Dopo Moratti, è venuto a Salemi anche Stefano D’Orazio dei Pooh, forse per vedere le case in vendita ad un euro”, racconta un cliente del bar della piazza principale. L’idea di recuperare le abitazioni del centro storico abbandonate dopo il terremoto del ’68 è stata sicuramente quella che ha destato più clamore a livello nazionale, anche se dovrà fare i conti con vincoli paesaggistici e norme antisismiche che ridimensioneranno la portata dell’iniziativa. I cittadini intanto fanno i conti anche con l’ordinaria amministrazione: per alcuni le strade “non sono mai state così pulite”, per altri “la vita a Salemi è quella di sempre, e i marciapiedi sono sempre pieni di sporcizia ed erbacce”.
L’unico a parlare di mafia è un giovane insegnante di scuola elementare, che cita Virgilio: “Temo i greci anche quando portano doni, come ho spesso ripetuto durante la campagna elettorale. Quando troviamo personaggi ambigui come Giammarinaro seduti al fianco di certe figure istituzionali viene da pensare”. “Io ho il sospetto – afferma – che la candidatura di Sgarbi sia stata strumentale. Quando la mafia veste i panni dell’antimafia assistiamo a un’operazione di alto riciclaggio politico”.
Prima di partire, incontriamo due adolescenti appoggiati ad un motorino. “In effetti, con tutta questa pubblicità, la città è più viva, c’è più movimento: Salemi si è ripresa dagli anni bui”, ci dicono. A pochi metri di distanza chiediamo ad una ragazza appena uscita dalla messa se la pensa alla stessa maniera: “Per convincerci a restare serve il lavoro – ammette – perché i riflettori oggi ci sono, domani chissà”.

MARCO RIZZO

23 dicembre 2008

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