23 novembre 2011
Supermarket Mafia da oggi in libreria
16 novembre 2011
La notizia del giorno
14 ottobre 2011
Mauro Rostagno raccontato da noi e da Maddalena
3 ottobre 2011
Immagini della memoria

22 settembre 2011
Manuela Arcuri e gli eroi dei nostri tempi

Rilancio qui un pezzo pubblicato pochi giorni fa nel mio blog su L'Unità.it. Cliccate qui per vedere la pagina, con tanto di vignetta di Giuseppe Lo Bocchiaro.
La scorsa settimana, stava per avvenire uno di quegli strani cortocircuiti mediatico-culturali a cui ci stiamo forzatamente abituando: la strabordante attrice Manuela Arcuri rischiava di trasformarsi lentamente in un’eroina dell’anti berlusconismo. Quando ci si era fermati a quel “no” rivolto al mammasantissima Silvio, tutti cominciavano a pensare che la bella Manuela nascondesse quell’orgoglio di un’Italia che - appunto - sa dire no a raccomandazioni, svendite del proprio corpo, ingiustizie. Già me la vedevo, ospite dei salotti buoni della sinistra (televisivi e non), idolatrata come la nuova Serracchiani, opinionista de Il Fatto Quotidiano. Ci sarebbe quasi da farle una statua... ah, no, nell’Italia delle vittime di mafia negate ci sta già una stata alla Manuelona. In verità, come spesso accade e come s’è scoperto pochi giorni dopo, dopo quel no c’era un “ma”. “Prima vedere cammello”, pare abbia detto la Manuela a Berlusconi tramite il “presunto pappone” Tarantini. Prima la conduzione di Sanremo, poi lo ius primae noctis al potente. Manuela arcuri non è un’amazzone, una suffragetta, una Wonder Woman de noantri. È una di quelle persone che “prima vogliono vedere il cammello”, furba tra i furbi. Da quello che si evince da questi fattacci, è scaltra tra gli scaltri, nella maniera del “frego il prossimo prima che freghi me”... e si potrebbero usare altri sinonimi più volgari ma più azzeccati.
In questa storia, non ci sono eroi. Né tanto meno “eroi popolari”, come ha definito ieri Ferrara nel suo Radio Londra l'amico Berlusconi. Ci sono solo miserie e bassezze, povertà intellettuali e d’animo. Non ci sono gli eroi di Zola, Verga o Dickens. C’è la povertà di Tarantini, che per mantenere il suo tenore di vita, porello, deve ricevere 20 mila euro al mese dal benefattore Berlusconi (più una tantum di 500 mila!). Ci sono cumenda e servi, deputati annebbiati e direttori di rete compiacenti, ragazzine viziate cresciute a pane e Non è la Rai, aspiranti miss "qualunque cosa" e private di valori come l’onore (inteso nel senso del rispetto di sé) da 30 anni di rincoglionimento da Tv commerciale. Ci sono procuratori che ritardano le indagini, capi di stato che ci deridono o che ne approfittano, avvocati pronti a negare l’evidenza con ogni magheggio, giornalisti che scavano nel sempre più torbido e altri che si appellano alla contorta figura del “dandy” per definire puttanieri malati di sesso. C’è un insieme di gentaglia da torbidi Night Club di provincia che non è qualificata per governare un paese in alto mare.
Non ci sono eroi in questa storia. Solo squallide comparse di un’Italia - ahinoi - troppo vera.
25 agosto 2011
Montalbano sono (stato)
Oggi sulle pagine della Gazzetta dello Sport (che è pur sempre il quotidiano più letto d'Italia) è apparsa l'ultima delle 51 illustrazioni realizzate da me e Lelio con protagonista il commissario Salvo Montalbano, a corredo di altrettanti episodi da Gli Arancini di Montalbano.
Per spiegare a chi me lo ha chiesto e una volta per tutte quale era il mio ruolo: in sostanza leggevo i racconti, ideavo un'illustrazione e la descrivevo a Lelio, come se si fosse trattato di una breve sceneggiatura. Talvolta allegavo uno schizzo, altre volte bastava una telefonata per chiarirsi. Il risultato finale era straordinario (come vedete nelle due illustrazioni a corredo, tra le mie preferite) e lì il merito è tutto della mia metà artistica. Magari più avanti pubblico un work in progress... o magari no, che sono incasinato come al solito.
Intanto, se, quando, come e dove queste illustrazioni verranno ripubblicate (chissà, magari in un bel librone, con i racconti che le hanno ispirate) non so dirvelo.
5 luglio 2011
Camilleri, Montalbano e la Gazzetta

A partire da oggi, per più o meno tutta l'estate, la Gazzetta dello Sport serializza i racconti contenuti ne Gli Arancini di Montalbano del maestro Andrea Camilleri. A corredo di ogni puntata, un'illustrazione ideata da me e disegnata dalla mia metà artistica, il sempre più grande Lelio Bonaccorso.
10 giugno 2011
Riappropriamoci delle parole (e dei sì)
Ripropongo qui un pezzo che ho già scritto per il blog su L'Unità. Non lo faccio mai, ma a questo tengo particolarmente.
Chiamatelo “Berlusconismo”, chiamatela “seconda repubblica”, chiamatelo come volete, ma pensate per un attimo a quanto la comunicazione politica, giornalistica e sociale sia cambiata da quella famigerata “discesa in campo” (giusto per citare un’altra locuzione post-berlusconi). Ma se davvero il vento sta cambiando, se davvero gli italiani vogliono mettere da parte un decennio e mezzo di furberie politiche, mancanze di rispetto verso le istituzioni, volgarità e piccolezze, il percorso passa anche dalle parole, dal loro uso e dal loro significato.
Ho sorriso quando ho visto quel “Forza Italia” sulla copertina dell’Espresso della scorsa settimana: sarebbe bello poterlo gridare allo stadio o in piazza (così come “forza azzurri”) senza dover pensare all’ufficio marketing che lanciò il partito-telenovelas-spottone del ’94. È bello sentire i vincitori delle elezioni amministrative a Milano e Napoli parlare di libertà: la libertà dal malaffare o dalla cattiva politica, la libertà vera. Non quella venduta come un prodotto a un “popolo” che invece sembra invece conoscere solo l’asservimento al padrone/presidente e alle sue libertà personali, in politica, a letto, negli affari, in tribunale.
Sarebbe bello che si tornasse a parlare di “cancro” non per offendere persone o tantomeno istituzioni, ma solo per ricordare il dramma di chi soffre o sostenere la ricerca.
È stato bello, quasi commovente, sentire parlare Ilvo Diamanti di “bene comune”, lunedì sera all’Infedele di Lerner (altro covo di pericolosi “comunisticomunisticomunisti!”), locuzione dimenticata anche a sinistra.
E sarà senz’altro bello tornare a dire di sì. Gli elettori della sinistra sono stati abituati, anzi spinti, a dire “no”. No al ponte, no alla Tav, no alle piattaforme petrolifere. Il “no” mi è sempre sembrato violento, perentorio, persino sgarbato, poco propositivo, poco di sinistra. Certo, rappresenta fermezza e decisione, e rifiuto dei compromessi. Ma sarà un altro soffio di vento nella giusta direzione, domenica 12 e lunedì 13 giugno dire sì per dire no: dire sì all’acqua a portata di tutti e libera dal giogo del profitto, dire sì alle energie alternative, rinnovabili e pulite, dire sì a un paese dove tutti hanno gli stessi diritti, e dove nessuno può pensare di essere processato diversamente dagli altri tutti. Dire sì a un’Italia dove tutto può essere usato nel modo più giusto. A cominciare dalle parole.
29 maggio 2011
Comunque vada sarà un successo

24 aprile 2010
Un appello per Ilaria e Miran
COMUNICATO STAMPA
VERITA’ E GIUSTIZIA PER ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN
“Noi vogliamo verità e giustizia, noi chiediamo verità e giustizia”. A sedici anni dalla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la giornalista e l’operatore del Tg3 Rai uccisi il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, l’Associazione Ilaria Alpi lancia un appello al Presidente della Repubblica, alla magistratura, alla politica e a tutti gli italiani per individuare i mandanti e gli esecutori del duplice omicidio.
L’appello è stato lanciato al Festival internazionale di giornalismo in corso a Perugia. LO SI PUÒ FIRMARE presso la Sala stampa-Hotel Brufani (piazza Italia 12 Perugia) e sul sito http://www.premioilariaalpi.
“Dopo sedici anni, lunghissimi e dolorosi – si legge nell’appello dell’Associazione - si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché. Si sa che fu un’esecuzione, come ha scritto lo scorso 17 marzo, il Gip Emanuele Cersosimo del Tribunale di Roma nel respingere la richiesta di archiviazione: “un omicidio su commissione, organizzato per impedire che le notizie raccolte da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin su traffici di armi e di rifiuti tossici, venissero portate a conoscenza dell’opinione pubblica”.
Le prove non mancano. Sono quelle “custodite” nei documenti e nelle testimonianze accumulate attraverso le inchieste della magistratura, quelle parlamentari e quelle giornalistiche.
Ma perché, si chiedono i firmatari dell’appello, non si è ancora arrivati a una verità giudiziaria? Chi non vuole la verità e perché?
“Noi - si legge nell’appello - chiediamo alla Magistratura di procedere nell’accertamento delle responsabilità, di individuare esecutori e mandanti. Noi chiediamo alla politica un impegno deciso affinché tutte le verità connesse al duplice omicidio vengano alla luce.
Noi chiediamo al Presidente della Repubblica di farsi garante nei confronti dei familiari e di tutto il Paese che vogliono e hanno diritto ad avere verità e giustizia”.
Inviati in Somalia per seguire la guerra che stava insanguinando il paese africano e le operazioni militari realizzate dagli Usa con l’appoggio dei Paesi alleati, fra cui l’Italia, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin probabilmente avevano scoperto inquietanti traffici internazionali: armi ai “signori della guerra” somali in cambio di terre per lo smaltimento di rifiuti tossici. Un traffico che avrebbe coinvolto organizzazioni criminali come la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra. Il tutto con la copertura e la complicità di strutture di potere pubbliche e private.
16 gennaio 2010
Come si cambia...
La Rai di ieri
... e la Rai di oggi.
6 gennaio 2010
Buon compleanno Peppino/2
26 novembre 2009
Torno all'Università
16 ottobre 2009
Trova le differenze
Questo è fascismo
(e a proposito di Giornalismo vero, stasera a Blu Notte si parla di Ilaria Alpi).
23 settembre 2009
Dicevamo di soddisfazioni...
Che dire della giornata di oggi? Sto per crollare, quindi mi limito a segnalarvi l'articolo di Domenico Giardina da SiciliaInformazioni, che racconta un po' la mia giornata campale (depurandola da viaggi concitati, tour gastronomici e altre amenità).
PS: e non finisce qui...
"Un giullare contro la mafia" vince il Premio Siani.
Gli autori siciliani, Rizzo e Bonaccorso, vincono per il miglior fumetto
Un fumetto non è solo una sequenza di strisce collegate una dopo l’altra per regalare momenti di svago a chi ne vuole usufruire. Un fumetto può diventare una forma di comunicazione più ampia, capace di informare e raccontare storie piccole e grandi. Un modo semplice ma non banale per veicolare messaggi positivi e contribuire a mantenere viva la memoria di eroi contemporanei. Un ottimo esempio in tal senso è il fumetto che due giovani autori siciliani, Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso, hanno realizzato sulla figura di Peppino Impastato, il giovane giornalista e politico ucciso dalla mafia a Cinisi il 9 maggio del 1978. “Peppino Impastato - un giullare contro la mafia” ha vinto l’edizione 2009 del “Premio Siani”, riconoscimento istituito per ricordare la figura di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra all’età di soli 26 anni nel 1985. Il premio è stato vinto in ex-aequo con un fumetto sulla vita di don Peppe Diana, sacerdote campano anch’esso assassinato dalla camorra. Il premio ai giovani autori siciliani è stato consegnato oggi a Napoli nella sede de “Il Mattino”, quotidiano tra gli organizzatori del premio.
Marco Rizzo non nasconde la sua soddisfazione per il riconoscimento appena ricevuto: “Da giornalista, oltre che da autore, ricevere un premio intestato a Siani è una grande responsabilità e contemporaneamente un invito a fare sempre meglio nel mio lavoro e nel mio impegno sociale. E’ una grande soddisfazione che si lega a quella di aver avuto la possibilità di ricordare Impastato tramite il fumetto che ci ha permesso di arrivare a tanti giovanissimi”. Dopo averlo presentato nelle maggiori città italiane insieme al “compagno di avventure” Bonaccorso, Rizzo ci tiene a sottolineare che “l’interesse per la figura di Peppino è sempre vivo e non soltanto al sud. Con piacere abbiamo registrato che il 90 per cento degli incontri programmati è stato richiesto in città del nord Italia, sintomo di come le figure di certi eroi contemporanei non si possono racchiudere in ambito locale come qualcuno, negli ultimi tempi, ha cercato di far credere attraverso decisioni di cattivo gusto”.
Di sicuro non sarà una targa staccata dalla biblioteca di uno sperduto paesino della Lombardia a intaccare la memoria di Peppino Impastato che, ci tiene a ricordare Rizzo, “è il simbolo di una Sicilia onesta e lavoratrice che non vuole piegare la testa o girarsi dall’altra parte di fronte alle prevaricazioni e alle ingiustizie”.
29 agosto 2009
C'è poco da ridere...
30 luglio 2009
La Binetti, i fumetti e i bigotti
Il libro è uscito ad aprile. A mesi dall'uscita, alcuni sensibilissimi cattolici - tra cui l'immarcescibile Paola Binetti - si accorgono del libro dalla pubblicazione sull'Unità. E mandano una lettera (che potete leggere integralmente qui) al giornale per - sostanzialmente - denunciare quanto sia inopportuno pubblicare quel fumetto che "ha un livello di ironia e comicità irrilevanti, si tratta ovviamente di un giudizio oggettivo".
E con altrettanta oggettività, i teocon firmatari della lettera sottolineano una contraddizione: che l'Unità, evidentemente espressione del Partito Democratico, pur solitamente attenta e rispettosa delle varie anime del PD, giunge a una contraddizione da condannare pubblicando le strisce che promuovono sostanzialmente l'attività dell'UARR:
"Da un lato il richiamo costante alla Chiesa perché esprima un suo giudizio critico, severo, sui comportamenti del Capo di Governo, specialmente su quelli che si riferiscono alla sua vita e alle sue abitudini sessuali, si intuisce nell’insistenza dei richiami la convinzione profonda che la Chiesa cattolica sia testimone e garanzia di stili di vita improntati a valori quali la fedeltà nella vita coniugale, la sobrietà nei consumi, la morigeratezza nelle abitudini, la profondità dei valori umani, oltre che spirituali che propone… dall’altro la striscia sullo sbattezzo, giunta ormai alla sua undicesima puntata, che tende ad evidenziare l’assoluta difficoltà che si incontra ad uscire dalla Chiesa cattolica [cut]"
Come spesso accade, non si comprende che quei valori, assolutamente rispettabili, non vengono attaccati in sè da chi non pratica o crede. Ma proprio chi si definisce ateo o agnostico pretende che dall'altra parte nessuno venga a criticarlo se i primi sedicenti portatori di tali valori da Family Day poi sono i primi ad andare a puttane (e la mia in proposito l'ho già detta qui). E credo che al di là della fede, chiunque sia dotato di senso civico e rispetto per sé e le istituzioni debba porre quegli interrogativi a Berlusconi e alla Chiesa che con la stessa ipocrisia di sua emittenza non batte i pugni sul tavolo quanto dovrebbe.
Invece, si attacca un fumetto, perché certe cose non vanno dette. E non minimizziamo: sarà pure satira, ma il messaggio è importante e la storia per di più vera (per quanto ovviamente esagerata in alcuni punti). E questa lettera, con tutti i suoi puntini di sospensione (da completare a dovere) e quello spirito di "siamo tutti una grande famiglia, ok, ma non rompeteci facendo pubblicità all'UAAR" conferma due cose.
Non è altro infatti che l'ennesima riconferma dell'ingerenza gratuita della chiesa nella vita quotidiana, di questi tempi sempre più tollerata e spudorata, e della autoinflitta condanna a morte del PD, incapace di tenere a freno troppe anime, ispirazioni, formazioni evidentemente non concordanti.
Questa vicenda un po' ricorda il recentissimo "caso" del fumetto dell'Insonne ritirato dalla distribuzione gratuita in un centro commerciale (pare) perché l'antagonista era un viscido sottosegretario alla cultura (di fantasia) che si faceva chiamare "papi" dalle fanciulle che circuiva. Da quello che ho letto in giro, però pare che i responsabili del progetto nel centro commerciale non si sono preoccupati di leggere il soggetto o vedere il prodotto prima della stampa (come spesso accade con committenti "profani") per poi lamentarsi del prodotto finito. E ovviamente per poi decidere di non distribuirlo. In quel caso, mi spiace dirlo, Giuseppe ha peccato di ingenuità perché avrebbe dovuto raccogliere più garanzie possibili (leggo che non c'era un contratto, ad esempio), altrimenti nel momento in cui il committente non si è ritenuto soddisfatto del prodotto gli autori non hanno avuto spazi di manovra. E se il committente vuole rifiutarsi di distribuire e promuovere l'albo è, ovviamente, nei suoi diritti. Spetta alla parte lesa dimostrare che il committente sapeva a cosa andava incontro prima del rifiuto e - qui è più difficile - capire se la distribuzione non è avvenuta per "politica aziendale" o più semplicemente per "paura".
In ogni caso, il centro commerciale in questione continua ad ospitare una mostra dell'Insonne e Di Bernardo è stato molto garbato nelle sue esternazioni (da professionista e persona per bene com'è, del resto) e Diego è stato brillante come sempre.
Ovviamente, resta il fatto che questo episodio, come quello descritto più sopra, non è altro che l'espressione nel nostro piccolo di un clima asfissiante e preoccupante e che se non ci fosse questa classe politica (tutta) e questi italiani (buona parte) non staremmo qui a discutere di tutto questo.
13 luglio 2009
Mafia da serie A
Marcello Dell’Utri e il boss trapanese Virga “salvati” dalla prescrizione di un vecchio caso. L’accusa? Niente poco di meno che estorsione ai danni dell’allora presidente della Pallacanestro Trapani.
Prima di essere la vela lo sport preferito dei trapanesi (anche se qualche dubbio, a 5 anni dall’America’s Cup siciliana, comincia a sorgere) era la pallacanestro a farla da padrone nella città della falce.
Il Trapani Basket, tra gli anni ’80 e i ’90, veleggiava glorioso verso l’A2, con una capatina nella A1 nella stagione ’91-’92. Erano gli anni dell’allenatore Giancarlo Sacco, del playmaker Ciccio Mannella, dell’americano Reginald Johnson, del presidente Vincenzo Garaffa. E del marchio sulle canotte della birra Messina, alcolico sulla cui qualità soprassediamo, ma che aveva un promoter unico: il boss Vincenzo Virga (quello dell’assassinio di Rostagno, della Calcestruzzi Ericina, dell’omicidio del giudice Giacomelli e altro ancora).
Virga, in verità, più che alla birra era interessato ai soldi: si era presentato sul posto di lavoro del presidente Garaffa per minacciarlo, chiedendogli la metà del miliardo e mezzo di lire della sponsorizzazione stipulata tra Birra Messina e Trapani Basket grazie alla società Publitalia. Quest’ultima non si sarebbe accontentata del 10% della somma, quanto pattuito per la mediazione, ma esigeva di più, e lo esigeva in nero. E a mandare quell’estortore eccellente a casa Garaffa, sarebbe stato l’altrettanto eccellente presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, dell’Utri avrebbe “posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà”. Sempre secondo i magistrati, l’ex collega di università di Berlusconi inizialmente si sarebbe “solamente” prodigato in un paternale suggerimento verso Garaffa che sembra quasi uscito da un libro di Mario Puzo: “Io le consiglio di ripensarci, - avrebbe detto - abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”. E davanti al rifiuto dell’imprenditore, avrebbe quindi usato il messaggero mafioso, che a Garaffa avrebbe ricordato di trovarsi lì per quel “debito” con gli “amici” milanesi.
Nell’ordinanza i giudici di Milano prevedevano inoltre che il procedimento si sarebbe potuto incastrare con un’altra avventura giudiziaria di Dell’Utri: il processo che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, le cui indagini erano partite nel ’94 e che al momento è fermo alla condanna in primo grado del dicembre 2004.
Nelle imputazioni del Pubblico Ministero si legge che Dell’Utri avrebbe “concorso nelle attività di Cosa Nostra nonché nel proseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”. Il Pm accusava Dell’Utri di avere “partecipato personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra”, “di avere provveduto al ricovero di latitanti” nonché di intrattenere rapporti continuativi con gente del calibro dei boss Stefano Bontade e Totò Riina e “l’eroico” Vittorio Mangano. Insomma, una serie di rapporti che parrebbe difficile giustificare (se confermati in ultimo grado di giudizio) anche dopo la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che pranzare con un mafioso non è indice di gravi indizi di concorso esterno. Intanto aspettiamo trepidanti di conoscere l’opinione della Corte su cene e colazioni.
La denuncia dell’ormai ex presidente della società cestistica ha portato a un lungo processo, sullo sfondo di una carriera politica costellata per Dell’Utri di successi (tra cui la fondazione di Forza Italia) e altri procedimenti penali, e invece per Garaffa di un’esperienza al Senato arenatasi al seguito delle sfortune del Partito Repubblicano. La cattiva sorte di quest’ultimo ha accompagnato quella della squadra, che è giunta al fallimento nel ’97 in condizioni finanziarie tutt’altro che rosee.
Di tanto in tanto, le notizie delle sentenze scuotevano le due parabole (ovviamente una ascendente, l’altra discendente). A Milano i giudici accertarono il fatto e in primo grado (maggio 2004) e secondo grado (maggio 2007) condannando Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione. In Cassazione, però, il giudizio viene cancellato, e rimesso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano, dove viene decisa la derubricazione del reato: non più estorsione, ma “minaccia grave”. Un reato per il quale i tempi della prescrizione sono molto più brevi.
E così, lo scorso 14 aprile, Virga (in carcere dal 2001) e Dell’Utri (in Parlamento dal 1996) sono stati prosciolti per prescrizione del reato. Tutti contenti? No: Dell’Utri ci tiene a ricorrere, definisce la sentenza “pilatesca” e vuole dimostrare in tribunale che nemmeno il reato di minaccia esiste; Virga dal carcere di Parma dichiara di voler fare ricorso per Cassazione (forse perché ci tiene alla propria nomea?). E, chiaramente, nemmeno Garaffa è contento del risultato. Anche perché, a conti fatti, la prescrizione in Italia sembra il traguardo di molti avvocati, specie dall’accorciamento dei tempi grazie alla legge “ex Cirielli”.
C’è un grave malinteso, nel nostro paese, sul significato del termine “prescrizione”. I giornali e i politici vorrebbero farci credere che la prescrizione corrisponda ad un’assoluzione, ossia alla determinazione di innocenza dell’imputato. Dopo averci martellato con la frase dal retrogusto dell’ossimoro “assolto per prescrizione”, siamo stati portati a credere che imputati eccellenti come Andreotti o Berlusconi abbiano “vinto”. In realtà, la prescrizione è una causa di estinzione del reato, che interrompe il processo a carico dell’imputato dopo che è trascorso un determinato lasso di tempo dal fatto, solitamente proporzionale alla gravità dello stesso, ma non esprime un giudizio o un’assoluzione. Lo scopo è dunque di evitare, in un sistema spesso ingolfato, che la macchina giudiziaria continui a impegnare risorse per la punizione di reati commessi a distanza di molto tempo (ovviamente, non si applica a reati di particolare gravità).
Sarebbe lecito per i cittadini coscienziosi restare nel dubbio, specie quando ad usufruire della prescrizione troviamo individui la cui morale desidereremmo intatta e la coscienza indubbiamente pulita. Quando deputati, senatori, ministri e premier collezionano prescrizioni come se fossero figurine dei calciatori - pardon, dei cestisti - mantenendosi in quel limbo tra innocenza e colpevolezza (non giuridica, per carità), ci si dovrebbe aspettare titoli in prima pagina e scene da Oscar nei telegiornali. Invece la prescrizione dei soliti reati - corruzione, estorsione, bancarotta fraudolenta, finanziamenti illeciti, etc - che sembrano quasi di moda in quel di Montecitorio è ormai prassi. Tanto da passare quasi inosservata, caso dopo caso. Come questo caso, che tra l’altro, non manca di affiancare il nome di una delle figure di spicco della seconda repubblica a quello di uno dei mafiosi più noti e spietati degli ultimi trent’anni.
16 febbraio 2009
Peppino Impastato - Sì, vabé, ma l'introduzione?
Giusto. Non l'ho ancora scritto da nessuna parte... l'introduzione del libro è di Lirio Abbate. L'ho ricevuta pochi minuti fa, l'ho letta con grande curiosità, e come prevedevo, non sono rimasto deluso. Lirio è un grande professionista, una persona stimolante e ispiratrice, con cui ho avuto il piacere di lavorare, anche se per poche settimane, all'Ansa. Sarebbe forse persino riduttivo dire che la sua forza risieda nell'essere una delle rare persone apertamente contro la mafia, senza se e senza ma, tanto da dover pagare con un quotidiano sacrificio di una vita "normale", per la necessità di circolare con una scorta, da quando le minacce dei mafiosi si sono fatte gravi e pesanti. Lirio è anche una delle poche figure che in questi ultimi anni sonnolenti di Palermo è riuscito a risvegliare - seppur forse brevemente, ahinoi - la coscienza e l'attenzione degli abitanti consapevoli e informati del capoluogo, come avrete letto o sentito.
Prima, anche cronologicamente, di tutto questo, Lirio è da anni un cronista che non si tira indietro, una delle firme più seguite in Sicilia e in Italia e il co-autore di "I Complici" con Peter Gomez, un libro che non può lasciare indifferenti per come svela e ricollega i tanti fatti di mafia recenti e recentissimi costruendo una ragnatela inquietante a cui i giornali spesso accennano troppo superficialmente (è chiaro, anche per motivi di tempi e spazi... ma non solo).
Potete immaginare quindi quanto sia contento di questo contributo e onorato da questa disponibilità e di quanto cresca la mia attesa per la reazione dei lettori a questo libro su cui io e Lelio abbiamo investito tanto.


